Una mattina al Monastero

II PARTE

[…] Rimasi sbigottita, aveva la straordinaria capacità di dissolversi nel nulla, era come se non conoscesse mezze misure. Temeraria nell’attesa straziante di pomeriggi spesi immobile nello stesso punto e al contempo capace, in una frazione di secondo, di allontanarsi drasticamente da tutte le sue certezze.

Aveva forse compreso che bisogna impadronirsi del tempo, che non fugge mai per chi fregola di riconquistare il suo posto nel mondo. Questo significa vivere slegandosi da quei bandoli intricati in una matassa in cui si aggroviglia ogni strada percorribile. Ognuno punta su quella giusta, quella attraverso la quale è possibile superare ogni aspettativa, quella che suscita livore e che ci fa sentire importanti, ma che ci fa arcuare mentre la voce acredine del mondo ci giudica. Non c’è però un momento giusto per fare le cose, essere padroni di sé stessi significa scandire la propria vita dandole il nostro ordine, liberi da chi obbliga a rispettare canoni di tempo ancestrali, atavici perché non è mai troppo tardi per chi lavora su sé stesso.

Passai un po’ di tempo seduta al suo posto a rileggere le pagine di quel libro che anche io, come lei, non riuscivo mai a finire. Forse però l’insostenibile leggerezza dell’essere  era per quella ragazza un po’ come la tela di Penelope, un’assurda scusa. Non finirlo equivaleva per lei ad alimentare la speranza che quell’attesa un giorno avrebbe portato alla conclusione felice di un amore interrotto bruscamente.

Mi era dispiaciuto non rivederla, avrei voluto sapere qualcosa di più, avrei voluto dire qualcosa di più, ma alla fine decisi di andare via. Alzai un’ultima volta lo sguardo quando mi accorsi che la posizione in cui sedevo corrispondeva in prospettiva alla finestra di un’aula; lì un ragazzo era intento a dipingere qualcosa, spinta ancora una volta dalla mia incurabile curiosità, decisi di raggiungerlo.

Entrai in silenzio cercando di non distoglierlo dal suo lavoro. Era impassibile, concentrato, muoveva con sicurezza la sua matita sulla tela, prestando tal volta lo sguardo al di là del vetro. Quello che vidi dipinto mi spiazzò completamente, attorno a lui era pieno di schizzi, opere complete in cui il soggetto era sempre lo stesso. Sarebbe anche troppo scontato rivelare quello che vidi rappresentato, era una sconcertante coincidenza. Fui investita da una sensazione strana, ebbi quasi paura e indietreggiai fino a raggiungere l’uscio della stanza, ma  urtai improvvisamente contro la confusione della scrivania e lui si voltò di scatto.

Rimasi immobile e, parecchio imbarazzata, mi scusai con lui che gentilmente mi invitò ad osservare i suoi lavori. Cominciammo a parlare delle sue opere e gli chiesi come mai avesse dipinto così tante volte lo stesso chiostro e la stessa ragazza. Lui sorrise un po’ imbarazzato e iniziò a raccontare la sua storia.

Mi rivelò che aveva iniziato a farle dei ritratti per caso, poi si accorse che lei era lì  ogni giorno alla stessa ora e incuriosito da questa coincidenza  decise di dedicarle ogni disegno, cercando di cogliere sfumature sempre diverse. Poi con un po’ di imbarazzo nella voce mi disse che non era mai riuscito a trovare  il coraggio di parlarle o di mostrarle i suoi lavori, che conosceva ogni linea del suo volto, ogni sua movenza, ogni espressione e stato d’animo. Poi in silenzio si alzò e prese una di quelle tele sparse per la stanza e mi invitò ad osservarla, in quei dipinti c’ero anche io. A quel punto gli dissi come avevo conosciuto quella ragazza e lui  prestò l’orecchio ai miei racconti fino a quando mi disse che in quel momento stava disegnando il chiostro deserto, che quel giorno si era convinto ad  avvicinarsi a lei e a mostrarle tutto, ma al suo posto c’era un biglietto nascosto in una fessura della fontana, era una poesia.

Lessi la poesia ad alta voce, eravamo incredibilmente sorpresi e capimmo che dovevamo ritrovarla. Quando la incontrai la prima volta ero decisa a farle comprendere che quello che stava facendo era un errore, adesso speravo che tornasse.

Cominciammo a chiedere di lei ovunque, mostrando i dipinti, gli schizzi, cercando il suo nome nei vasti elenchi dei corsi, ma non riuscimmo a trovare nulla. Di lei sapevamo soltanto che si chiamava Anita e che era stata perdutamente innamorata di Marco.

Passarono alcuni mesi dall’incontro con Cesare, si chiamava così il ragazzo che aveva dipinto Anita in tutte le sue sfumature, e la nostra ricerca non aveva raggiunto i risultati sperati.

In quelle settimane avevo passato il tempo a riflettere sull’incontro che avevo avuto con Anita e Cesare. Mi ripetevo che nella vita non esistono le coincidenze, che ogni incontro significava qualcosa e continuavo ad interrogarmi chiedendomi quale fosse il significato nascosto dietro quegli assurdi intrecci di vita, erano forse stati un inutile passatempo ?

Alla fine mi arresi, capii che non tutte le cose devono avere per forza un senso o un lieto fine. Così continuai per la mia strada senza aver ancora  finito di leggere l’insostenibile leggerezza dell’essere, chissà se Anita ha concluso la sua lettura, ma in fondo adesso, che importanza ha […]

È sempre così dopo un esame di letteratura, ti senti stanco e raramente soddisfatto. La pioggia aveva portato via  la luce sferzante di agosto, cominciai a camminare lungo quella distesa di alberi impassibili e scesi in biblioteca a cercare qualcosa da leggere. Trovai  lì una ragazza, confinata in una nicchia polverosa, costretta a ricopiare codici e sistemare scaffali, sempre con lo stesso libro tra le mani.

La incontrai di nuovo nel giardino dei novizi, continuava a leggere incessantemente il suo libro, cercando conforto nelle parole, la vedevo sorridere e sorridevo a mia volta. Dopo mezz’ora era ancora  lì, immobile, con lo sguardo fisso su quelle pagine sgualcite, ebbi l’impressione di trovarmi di fronte ad una di quelle persone che ascolta il silenzio, che ama la solitudine, che non ha paura di restare sola. Poi di colpo  si alzò e andò via velocemente quando mi accorsi che aveva lasciato cadere qualcosa, era una lettera. Mi chiesi se avesse senso leggerla, all’esterno nessun nome, nessuna data, nessun indizio utile che mi potesse ricondurre a lei, provai a chiedere dei tirocinanti in biblioteca, ma nessuno la riconobbe dalla descrizione che ne feci, si era dissolta completamente quindi cominciai a leggere convinta di smettere non appena avrei trovato il primo indizio utile.

         Caro Marco,

        Ho scritto undici lettere, ecco la dodicesima, la più importante, l’unica che non l’ascerò divorare    dalla tetra umidità di una scatola di latta perché sei l’unico che io abbia mai amato. È passato solo un autunno da quando ci siamo rivolti l’ultimo sguardo, quando ho compreso che dovevo venire da te, balbettare qualche sillaba ed essere completamente rapita dai tuoi occhi, dove la pupilla non si confonde con il colore dell’iride, un labirinto pieno di strade, dove sai che puoi perderti, dove ti sei già persa.

Non riuscii a continuare la lettura, sentivo di stare violando la vita di quella ragazza, così decisi di rivolgere lo sguardo verso la fine, ma anche lì nessuna firma, nessun indizio utile, a parte questo:

              «incontriamoci alle cinque di questo pomeriggio dove è la perfetta congiura di sentimenti architettonici a suscitare fascino. »

Questa frase non mi era nuova, capii che si trattava della descrizione che un architetto aveva fatto del chiostro del Monastero tempo fa e decisi di andare all’appuntamento.

Erano le cinque in punto, lei era lì, adesso riuscivo a leggere il titolo del libro che aveva sfogliato per tutto il giorno, era l’insostenibile leggerezza dell’essere, ne fui sorpresa. Anche io lo avevo letto tra i banchi delle aule, sotto gli ulivi del giardino all’entrata, seduta tra le colonne in marmo bianco del chiostro e ancora dietro le finestre di quelle scale ampie, dove la vista è così imponente che ti senti sommersa da quella bellezza.

Cominciammo a parlare di Milan Kundera, del libro, di come quella semplice lettura ci avesse stravolto la vita. Lei mi disse che aveva regalato lo stesso libro ad una persona importante, ma che quest’ultima non lo aveva tenuto minimamente in considerazione e di come questo le avesse spezzato completamente il cuore. Dopo averle consegnato la lettera che aveva smarrito, sorpresa di come fossi riuscita a comprendere il luogo dell’appuntamento, mi raccontò la sua storia. Mi disse che quella lettera la aveva scritta qualche anno fa, che nonostante tutto era ancora innamorata di Marco, che quel giorno di due anni prima lui non andò a quell’appuntamento, che dopo averla letta gliela rimandò indietro senza dire nulla.

Quando mi disse che si recava lì ogni giorno alla stessa ora da due anni, capii che voleva piangere, consumarsi fino a sparire, sentii che brancolava ancora nel dolore sperando che un giorno il destino la riconducesse di nuovo da lui, che sarebbe rimasta raggomitolata nei ricordi per sempre e fui subito triste anch’ io.

Non sapevo che cosa volesse dire innamorarsi e struggersi così, non sapevo cosa stesse provando in quel momento, ma ero decisa a salvarla dai suoi stessi pensieri. Pensai che al suo posto potevo esserci io, cominciai ad avere paura e la paura mi spinse a farla ragionare. Le chiesi cosa l’avesse spinta a regalare a Marco proprio quel libro e lei mi rispose che lo aveva fatto nella speranza che lo leggesse e capisse che la sua pesantezza nel vivere era la stessa che aveva colto una delle protagoniste del romanzo, quindi non pesantezza ma attaccamento alla vita, insomma proprio come  Sabina <<su di lei  non era caduto un fardello, ma l’insostenibile leggerezza dell’essere>>.

Continuò per ore a parlare con me sforzandosi di spiegare al meglio le proprie ragioni e poi mi chiese se fosse davvero possibile, come le diceva sempre Marco, vivere con leggerezza.

Io risposi che leggendo quel libro avevo compreso che la leggerezza è l’assenza del  fardello opprimente che grava sulle spalle di ognuno di noi, è la nostra vita, sono le persone che ci feriscono e che ci amano, sono i fallimenti quanto i successi, è la felicità e la tristezza, quindi determina chi siamo. Più si è leggeri, meno si ha vissuto, però forse a volte, le dissi, bisogna lasciare cadere qualcosa affinché quest’ultima non ci soppianti.

A quel punto lei si fermò attonita, poi continuò a ribattere alle mie constatazioni dicendo che la pesantezza ci avvicina alla terra e quindi ci rende terreni, reali;  la  leggerezza invece  ci permette di spiccare il volo e di allontanarci dal nostro essere terreni, che  più siamo leggeri più  le nostre azioni sono meno reali e che quindi quel fardello per lei non era un’oppressione, una punizione, ma la dimostrazione che aveva vissuto e perderlo avrebbe significato perdere se stessa.

Non appena ebbe finito di pronunciare l’ultima frase, compresi che era troppo ferma nelle sue convinzioni, che non avrei potuto fare niente per convincerla del contrario, così andai via senza ribattere a mia volta, ma il giorno dopo mi recai ancora lì, alle cinque in punto, dove la congiura di sentimenti architettonici suscita fascino, lei non c’era più.

Marianna Borgia