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Società e Attualità

Siccità e guerre per l’acqua in Asia centrale

Una famiglia beve da un tubo che esce dalla montagna nella regione di Naryn, Kirghizistan – Foto di Fyodor Savintsev

Il riscaldamento globale e i conseguenti effetti che si manifestano sempre più frequentemente sul nostro pianeta hanno recentemente attirato l’attenzione dei principali mezzi di comunicazione, i quali si preoccupano di
descrivere all’opinione pubblica le conseguenze devastanti che esso provoca, non tanto le cause – le quali, se venissero esplicate senza interporre nessun filtro di moderazione, potrebbero infastidire politici e industriali. Tali fenomeni
già da tempo stanno peggiorando la già fragile economia del settore agricolo e prosciugando i fiumi, eppure, gli infelici esiti di sfruttamento intensivo che perpetriamo ai danni del pianeta da secoli sono molto più democratici di quanto riusciamo ad esserlo noi esseri umani: colpiscono
indistintamente tutte le aree del pianeta.

L’area su cui oggi vorrei soffermarmi è quella dell’Asia centrale, quella parte d’Asia che si conosce meno, quella parte d’Asia che si dimentica sempre durante le interrogazioni di geografia. L’Asia centrale è composta quasi totalmente da tutti quei paesi i cui nomi terminano in -stan (Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan e così via).

Fino a qualche decennio fa in questa grande area del pianeta abbondavano le praterie, ma non mancavano nemmeno zone più desertiche o alte montagne dove, nei mesi più freddi, si formavano numerosi ghiacciai. Tuttavia, tra il 1990 e il 2020 la temperatura media è aumentata di 5° rispetto a quella registrata negli anni ’60 e ’70, rendendo le
estati più secche e le precipitazioni meno frequenti. Di conseguenza, le aree desertiche si sono espanse di oltre 100 km, determinando un notevole mutamento sia della flora, con lo sviluppo di una vegetazione più resistente al caldo a discapito di quella che caratterizza le praterie, sia della fauna, con un rilevante danneggiamento per i pascoli, i quali hanno sempre meno praterie dalle quali attingere
cibo. Inoltre, l’estrazione mineraria e l’agricoltura non sostenibile perpetrata per anni hanno accelerato ancor di più l’azione distruttiva dei cambiamenti climatici. Nelle zone montuose invece l’aumento delle piogge ha momentaneamente favorito l’irrigazione del territorio, rendendolo più fertile, ma la diminuzione delle nevicate non permette il reintegro dei ghiacciai, cosicché tra qualche
anno ci saranno sempre meno ghiacciai e la disponibilità di acqua sarà più esigua.

In realtà, che l’acqua cominci a scarseggiare già adesso, è un dato di fatto: in Kazakistan, 2000 animali sono morti per mancanza di acqua e foraggio; in Kirghizistan, gli agricoltori hanno protestato per la mancanza d’acqua necessaria per irrigare i raccolti; in Uzbekistan, molti
raccolti sono andati perduti, i prezzi delle verdure sono aumentati significativamente e Samarcanda, per un determinato periodo di tempo, è stata soggetto sia ad un razionamento dell’acqua che alla sua totale interruzione; in
Turkmenistan, la mancanza d’acqua ha diminuito la quantità di foraggio causando un basso rendimento dei pascoli.

Sebbene oggigiorno si parli con maggiore consapevolezza dei cambiamenti climatici, rimane ancora poco conosciuto il pericoloso legame che vi è tra i cambiamenti climatici e i
conflitti bellici. Nel 2021 le tensioni tra il Kirghizistan e il Tagikistan si sono acuite a tal punto da rasentare lo scoppio di una guerra: soltanto la diplomazia del Presidente kirghiso
Japarov e del suo equivalente tagico Rahmon è riuscita ad evitare una strage. Il casus belli è scaturito dalla gestione dell’impianto di approvvigionamento idrico di Golovnoi,
che distribuisce acqua per i canali di irrigazione nei paesi sopracitati e anche in Uzbekistan. Nonostante l’impianto di Golovnoi sia di proprietà kirghisa, per via di un accordo
intergovernativo stipulato nel 1980 quando ancora tutti questi territori appartenevano all’URSS, esso deve fornire acqua al Tagikistan per il 55%, al Kirghizistan per il 37% e
all’Uzbekistan per l’8%. Tale impianto divide il fiume dal quale si alimenta in due corsi: uno naturale, che bagna entrambi i paesi, l’altro artificiale, attraverso un canale che termina nella riserva di Tortkul, in Kirghizistan.

Nell’aprile del 2021, alcuni lavori di manutenzione hanno insospettito i tagichi, i quali hanno installato un impianto di videosorveglianza per accertarsi che non ci fossero delle irregolarità da parte dei kirghisi. Ciò ha scatenato le proteste degli abitanti kirghisi e la situazione è degenerata velocemente, come per effetto domino, a tal punto che sono
stati coinvolti entrambi gli eserciti. L’accordo diplomatico firmato dai rispettivi Presidenti della Repubblica prima che il conflitto potesse aggravarsi ha causato la morte di soltanto 50 persone. Tale accordo prevedeva la demarcazione definitiva dei confini tra i due paesi nei mesi
immediatamente successivi – problema che, del resto, i due Paesi si portano dietro fin dalla loro nascita poiché ai territori contesi non corrispondono i confini amministrativi. Nel ruolo di mediatore è intervenuto lo stesso Presidente russo Vladimir Putin, consapevole
dell’importanza di mantenere l’equilibrio in quella zona d’Asia dove la Russia possiede delle basi militari.

Attualmente le tensioni tra il Kirghizistan e il Tagikistan continuano ad esserci, ma fortunatamente nessuno dei due paesi pensa alla guerra come risoluzione dei problemi e, sebbene il problema principale sia una demarcazione poco netta dei confini, la diminuzione dell’acqua causata dagli effetti dei cambiamenti climatici non fa che acuire le tensioni tra i due Paesi. In una società che forse aveva dato per scontato la presenza dell’acqua, elemento imprescindibile per la sopravvivenza dell’intera specie umana, i cambiamenti climatici ci ricordano che in realtà nulla è destinato a durare per sempre, nemmeno l’acqua, soprattutto se distruggiamo la casa in cui abitiamo giorno per giorno. Chissà che, in futuro, non si torni a combattere per l’acqua anziché per il petrolio o per il gas. E chissà che, anziché combattere per ampliare i propri confini o per una mera brama di potere, non si torni a combattere per poter usufruire di un po’ di acqua.

Francesca Vernuccio

Fonti

Gran parte dell’Asia centrale si sta trasformando in un deserto – Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile

CAMBIAMENTO CLIMATICO. Siccità e guerre per l’acqua in Centro Asia (agcnews.eu)

Tagikistan-Kirghizistan sul ciglio di un nuovo conflitto (di Fabio Indeo) (eurasianbusinnessdispatch.com)

Foto tratta dal seguente articolo / Approfondimenti

Kirghizistan: 9 foto che prefigurano le future guerre per l’acqua in Asia Centrale · Global Voices in Italiano

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