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Cultura filosofia

La ricerca della felicità

Un consiglio dal padre dell’epicureismo

Sii felice!” Quante volte sentiamo ripetere queste parole, come fosse un imperativo categorico, una condizione obbligatoria che scandisce la nostra esistenza? Ebbene, oggi voglio proporvi una riflessione scaturita dalla lettura dell’opuscoletto “lettera sulla felicità” di Epicuro, dedicato a Meneceo. L’incipit è significativo:“Caro Meneceo, sappi che la conoscenza della felicità non richiede un’età precisa(…)conoscere la felicità riguarda sia il giovane sia l’anziano: il secondo per trarre benessere dal caro ricordo di ciò che ha realizzato, il primo per trarne forza e nutrimento e prepararsi a non temere il futuro”. Il filosofo invita sia i vecchi che i giovani a dedicarsi alla filosofia per trovare la felicità, ricordando loro che la ricerca del piacere è “un esercizio continuo”, ma nel prendersi cura del proprio animo bisogna moderarne gli eccessi e controllarne le paure attraverso la conoscenza (γνωσις). Il rischio è, per Epicuro, che il frenetico bisogno di piacere porti all’eccesso di un edonismo “incompiuto e immaturo” come quello contemporaneo. Il pensatore di Samo continua invitando a tenere presente un tetrafarmaco, ossia quattro precetti (o meglio dire terapie) per vivere felici; il primo è che non bisogna avere paura degli dei, in quanto immortali e beati, disinteressati degli uomini, quindi non come sono presentati dalla tradizione. L’uomo saggio deve obbedire alla propria natura e trovare in se stesso la via verso l’ευδαιμονια e non deve preoccuparsi di eventuali punizioni o pene inflitte dagli dei, poiché, non essendo simile a loro, non viene considerato, e le sue azioni sono libere da ogni giudizio divino. Il secondo φαρμακος riguarda il non temere la morte perché nulla è per gli uomini, dal momento che il piacere e il dolore sono entrambi percepibili tramite i sensi e la morte altro non è che la cessazione di questi. È anche sbagliato temere la morte perché è doloroso sapere che prima o poi giungerà: infatti ciò che non causa dolore sopravvenendo è inutile che ci addolori nell’attesa. In sostanza per il filosofo la morte non significa nulla né per i vivi né per i morti: quando ci siamo noi la morte non c’è, quando c’è la morte non siamo più. E lo stesso vale per i morti, perché essi già non sono più. Solo il saggio può non temere la morte, a differenza del volgo che la considera il peggiore dei mali e quindi la fugge (non desiderando la vita). Stolti sono per il filosofo del IV secolo coloro che predicano ai giovani di vivere bene e agli anziani di morire bene poiché, sia da vecchi che da giovani, una sola è l’arte del vivere bene e del ben morire. Lo stesso vale per coloro che vorrebbero non essere mai nati. Epicuro ci invita anche a tener presente che il futuro non è del tutto nelle nostre mani, ma neppure dipendente in toto in dalla τύχη: per questo motivo non possiamo essere certi che qualcosa accadrà di sicuro o viceversa. Il pensatore di Samo a questo punto passa a parlare dei desideri/piaceri dell’uomo, ritenendoli alcuni come naturali e necessari, altri naturali ma non necessari, altri ancora né naturali né necessari. Solamente quelli che possono essere considerati necessari devono essere appagati, gli altri, legati soltanto al piacere materiale, devono essere abbandonati. Secondo il padre dell’epicureismo l’accorto calcolo dei bisogni può far vivere l’uomo nella perfetta felicità senza farlo divenire schiavo dei suoi desideri e dei suoi piaceri. Infatti non è felice colui che vive un’ esistenza ricca, incentrata sul piacere superfluo e materiale (mobile) ma chi riesce a raggiungere la serenità dell’ anima, la quale reca il piacere stabile. Concordo con il pensiero epicureo in quanto penso anch’io che per essere felici bisogna innanzitutto superare paure come quella della morte o di un dio-punitore, per poi andare alla ricerca dei nostri desideri che generalmente giungono al piacere e quindi al “sommo bene” (la felicità, citando Aristotele). Concordo con il fatto che la felicità deriva dall’assenza di dolore (αταραξία) ma anche dall’accontentarsi delle piccole cose. Infatti non c’è bisogno di vivere nel lusso e soddisfare qualsiasi desiderio abbiamo per essere felici. Il pericolo che corriamo noi giovani oggi è associare la felicità alla “ribellione”, ritenendo lecito tutto ciò che ci passa per la testa, senza tenere conto degli altri e delle regole quotidiane. A volte basterebbe vivere con semplicità il quotidiano, a partire dai momenti di serenità e gioia trascorsi in compagnia delle persone care che ogni giorno riempono le nostre giornate. In una società dedita al mero consumismo, consiglio vivamente la lettura di quest’opuscoletto, di cui vi lascio, come monito, il messaggio finale che il filosofo lascia all’amico: “mi raccomando, Meneceo: rifletti, quando ti capita, di giorno oppure di notte, su quello che ti ho detto e su altre cose simili. Fallo da solo o con chi ti è vicino e sarai sempre libero dall’angoscia. Vivrai come un dio fra gli uomini, perché l’uomo che vive fra i beni immortali non sembra più neanche mortale”.

Giovanni Morello

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