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UN AMORE, DINO BUZZATI

“Un mattino del febbraio 1960, a Milano, l’architetto Antonio Dorigo, di 49 anni, telefonò alla signora Ermelina”.

Inizia così, il racconto di Dino Buzzati, pubblicato per la prima volta nel 1963; erano gli anni del boom economico, delle nuove tecnologie, della televisione, della cultura di massa, delle auto che iniziavano a popolare le strade italiane (le stesse auto su cui Antonio viaggerà da Milano a Modena). In questo breve incipit è racchiuso il frutto degli anni in cui Buzzati ha studiato giurisprudenza, frutto smussato dal lavoro di giornalista. La sua impostazione da cronista è chiara: ha già risposto alle domande basilari da soddisfare quando si scrive un articolo (chi, come, quando, dove – il perché non è necessario, spesso neanche un vero giornalista sa perché un fatto è accaduto).

Sin dalla prima pagina del racconto abbiamo una prefigurazione degli eventi futuri: Antonio chiede alla signora Ermelina, una ruffiana che gestisce un “negozio di abbigliamento”, una donna più moderna della precedente; sembra quasi un voler stare al passo con i tempi, ma Antonio sta firmando inconsapevolmente la sua condanna: quella che gli si presenterà davanti sarà una ventenne piena non solo di modernità e fascino estetico, ma anche di arroganza, insolenza, scapigliature e altre bruttezze, lontane dal mondo borghese di Antonio. Quelli di Adelaide Anfossi sono i vizi di una ventenne che si destreggia tra bordelli, night club, bugie, zie in ospedale, viaggi a Modena e a Rimini, amanti di ogni genere e, forse, anche il Teatro alla Scala. Quando Antonio chiederà una donna alla signora Ermelina, utilizzerà la metafora del vestito: Antonio vuole un abito di tessuto nero ed Ermelina gli risponderà “come il carbone”; e Adelaide Anfossi era come se lo portasse sulla pelle, sin dalla sua umile nascita, il carbone. Laide -come si fa chiamare lei – proviene dai bassifondi di Milano, tant’è che Antonio pensa già di averla vista nei vicoli dell’altra faccia della Milano perbene; Antonio è un borghese, una figura autorevole, un architetto, una persona rispettata da chiunque per la sua posizione sociale, elevata sin dalla nascita. E Antonio lo avverte, il peso degli anni e di aver condotto una vita comune fino ad allora: vuole rinascere, vuole sentirsi giovane. Trova in Laide il suo inconscio represso, le follie mancate in gioventù, il coraggio che non ha mai avuto (neanche con le donne). Laide, però, non è altro che il suo opposto. Laide, soprattutto, è giovane: non ha catene che la stringono, non ha un codice da rispettare, come invece lo ha Antonio, che è costretto dalla madre a sposarsi (almeno nel film, che in questo caso differisce dal testo di Buzzati). Antonio l’attenderà tanto, la Laide, sperando che i loro due mondi possano congiungersi: solo di fondo saranno la Scala (non sappiamo neanche se Laide ci ballasse davvero), le visite notturne alla casa di Elena, le attese, i litigi, le gelosie. A Laide servono i soldi, anche se con tutti i giri che ha non le mancano; considera Antonio un noioso, un cinquantenne che ha perso la testa per lei e che quindi può tenere a guinzaglio, come fa con il suo cane, Picchi, che puntualmente scarica ad Antonio quando lei ha troppi impegni, magari con Marcello, suo “cugino” (così come Antonio è suo “zio”). E sarà proprio a causa di Marcello che Antonio inizierà a mettere delle catene dettate dalla gelosia, pensando che Laide alla prima occasione se ne sarebbe andata, cosa che non le è mai passata per la testa (chi vorrebbe lasciare una delle proprie fonti di guadagno?). Le catene hanno represso questa loro relazione, spingendoli anche a far finta di chiuderla lì (ma puntualmente uno dei due tornava dall’altro). Solo dopo due anni Antonio capirà che Laide non ci pensa proprio ad andarsene e, quando lo comprende, ecco arrivare la felicità, la liberazione, lo scioglimento delle catene per entrambi. Lo capirà una mattina, mentre dalla serranda penetra la luce mattutina, nel silenzio più assoluto, in una Milano pigra e mattutina ancora dormiente, guardando Laide dormire di fianco a lui: ma lei non dorme, lo guarda e gli dice che ha un ritardo nelle mestruazioni.

Da quel febbraio 1960 per l’architetto tutte le donne saranno lei, Laide. La vedrà ovunque, come nelle illusioni ottiche. C’è quell’amore avuto una volta sola che sarà sempre ricercato, che sia a venti, trentacinque, ottant’anni. Siamo tutti un po’ Antonio; con qualcuno siamo stati anche Laide. Tutti, perché questo è un racconto antropologico dell’amore, della vita, dell’umanità.

Angela Rachele Arcidiacono

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