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Everywhere at the End of Time

La morte della memoria

Cos’è la memoria? L’uomo si è sempre interrogato al riguardo, ma solo dagli inizi del ‘900 si è dato un’effettiva risposta, da quando la psicologia cognitiva e gli studi del filosofo (e psicologo) Herman Ebbinghaus hanno potuto analizzare il fenomeno sotto la lente delle scienze cliniche. Ad oggi, la memoria è la nostra personalità, rappresenta la nostra esperienza vissuta e i nostri legami affettivi, e banalmente, o forse no, ci aiuta a riconoscere chi abbiamo davanti. Il concetto di memoria, nella sua complessità, ha ispirato generazioni di poeti, scrittori, artisti e musicisti. Su uno di questi ultimi in particolare mi soffermerò: è il caso di The Caretaker, con ilsuo progetto Everywhere at the End of Time. Il compositore di musica sperimentale è riuscito a rappresentare l’Alzheimer, una delle malattie più tragiche e invalidanti dell’anzianità, trascinando milioni di ascoltatori in una voragine di ricordi spezzati, rimpianti e rassegnazione.
The Caretaker, pseudonimo di Leyland James Kirby, dalla fine degli anni Novanta in poi ha pubblicato diverse opere dedicate alla memoria: egli utilizzò frammenti sonori ripresi da vinili di jazz da ballo degli anni Venti e Trenta, vecchie hit dell’anteguerra che diventano ora malinconiche, antichi ricordi che permeano vecchie sale da ballo cadute in rovina. Egli riuscì a imporsi come uno dei rappresentanti del genere musicale hauntology, un tipo di musica che rievoca la memoria culturale e l’estetica del passato, con tratti in comune al retrofuturismo. Gli artisti del genere si servono di apparecchi analogici e digitali, fra cui campionatori; inoltre, cassette e sintetizzatori degli anni Sessanta e Settanta che a causa del deterioramento con il passare del tempo, durante la riproduzione generano rumori e fruscii emessi dagli strumenti stessi. Il giornalista britannico Simon Reynolds descrisse la hauntology music (o musica hauntologica) come un tentativo di costruire un “utopismo perduto”, un genere musicale disturbante che si focalizza sui concetti di decadimento e futuro perduto, creando ricordi di cose che non sono mai accadute, riferendosi ad una società futuristica
mai esistita.
Leyland Kirby, alias The Caretaker (in omaggio al celebre “Shining”), collaborò con il pittore Ivan Seal, il quale realizzò le copertine dei vari stages (ben 6) del progetto Everywhere at the End of Time. Il pittore si ispirò alla demenza senile per creare le varie cover, tema già affrontato da Kirby in album passati. Everywhere at the End of Time (Ovunque alla fine dei tempi) è il canto del cigno di The Caretaker: il progetto, diviso in 6 parti, è iniziato nel 2016 ed è terminato solo tre anni dopo con una durata complessiva di 6 ore e 30 minuti. Lo scopo di esso è simulare il processo neuro degenerativo di un cervello affetto da Alzheimer. Lo scopo dell’ascolto è permettere di sperimentare l’orribile condizione che pone la malattia, attraverso la musica. Ogni album è accompagnato da una descrizione dell’umore del soggetto in relazione alla malattia e dei vari processi del declino cognitivo.
Il primo stadio descrive la perdita della memoria a breve termine, conservando invece i ricordi dei giorni meravigliosi, desiderando che questi momenti non finiscano mai. Durante il secondo stadio il soggetto si
accorge di vedere i propri ricordi sfumare. La lotta nel trattenerli è difficile, ma questi si deformano e spariscono. Nel terzo stadio hai recuperato finalmente i ricordi più belli e dolci, ma i volti dei più cari ti sono sconosciuti. Questo è però solo un momento di amnesia transitoria, fortunatamente. Non riesci però a liberarti della confusione generale. Nel quarto stadio senti la malattia invaderti, mescolando tutto e corrodendo lentamente tutte le memorie, belle o brutte che siano. Quando tutto si attenua ti ritrovi solo, seduto in un luogo che è per te – adesso – sconosciuto. Giunto il quinto stadio, la malattia ti rende impossibile
riconoscere persino le voci che senti e che riecheggiano nel cervello senza alcun risultato. Un punto in cui non riconosci più né chi ti sta intorno, né il passare delle ore, giorni o stagioni: questo è il sesto e ultimo stadio, un abisso di confusione e caos. L’unica conoscenza che fai è la più ambigua in assoluto. Si tratta del volto riflesso nello specchio, il volto di uno straniero stravolto da una demenza. La confusione ha preso il posto della pace e tu sei diventato puro inconscio che vaga nella nebbia infinita.
Everywhere at the End of Time è attualmente considerato dalla critica e dal pubblico uno dei progetti più pomplessi, oscuri e raccapriccianti mai pubblicati. Un progetto di 6 ore e 30 minuti che parte dai più dolci meandri della nostalgia, per poi piombare in caos, tormento e sofferenza, giungendo infine alla rassegnazione e alla pace eterna. Le sensazioni provate durante l’ascolto variano da persona a persona: arrivati alla fine del sesto stadio in molti scoppiano in lacrime, altri invece trovano difficoltà a dormire la notte, ripensando a quelle armonie spettrali (io, personalmente, mi ritrovo nei primi). Leyland Kirby ha aperto gli occhi del pubblico su una crudele realtà, quella delle malattie neuro degenerative. Attualmente non esiste una cura per l’Alzheimer, né per la demenza senile in generale, se non accompagnare e aiutare nei loro bisogni fisiologici gli anziani che sono afflitti dalla malattia. La memoria è un dono meraviglioso, ma come ogni cosa… scomparirà.
Dario Vitale


Fonti:

https://en.wikipedia.org/wiki/Everywhere_at_the_End_of_Time
https://www.youtube.com/watch?v=vv8GjFjrW-U
https://www.youtube.com/watch?v=wJWksPWDKOc

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