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“Nonostante tutto, credo ancora nell’intima bontà dell’uomo”

“È molto strano che io non abbia abbandonato tutti i miei sogni perché sembrano assurdi e irrealizzabili. Invece me li tengo stretti, nonostante tutto, perché credo tuttora all’intima bontà dell’uomo. Mi è proprio impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria e della confusione“

(citazione dal Diario di Anna Frank)

Non smise mai Anna Frank di credere nella bontà del cuore degli uomini, nemmeno dopo essere stata arrestata in seguito ad una soffiata che aveva rivelato il luogo in cui da due anni si nascondeva con la sua famiglia. Nemmeno dopo le sofferenze e le miserie patite nel complesso dei campi di Auschwitz, il più grande mai realizzato dal nazismo, che svolse un ruolo fondamentale nel progetto di “soluzione finale della questione ebraica“.

Sin dal Medioevo l’Europa è attraversata da un sentimento antigiudaico, ma è soprattutto dopo l’esperienza del colonialismo europeo che si diffonde l’antisemitismo essenzialmente come strumento di propaganda per classi politiche che cercano un capro espiatorio attorno al quale rinsaldare la Nazione. Mi sono chiesta molte volte come sia stato possibile concepire l’Olocausto e come sia stato possibile far accettare la “soluzione finale” a gente comune, gente che non faceva parte delle SS o della macchina politica dello Stato. Insomma, gente che nella vita quotidiana faceva il fabbro, il medico, l’insegnante, il commerciante. Gente come noi.

Shoah, Olocausto e genocidio sono tutte definizioni adoperate per indicare lo sterminio di milioni di ebrei, ma non dimentichiamo che oggetto dell’odio nazista furono anche oppositori politici, rom e sinti, omosessuali, disabili e malati mentali. In poche parole, tutte persone considerate “inferiori”, “difettose”, “minacce mortali” per la razza tedesca. Se Shoah è un termine biblico e si riferisce in particolare agli ebrei e Olocausto indica genericamente un sacrificio umano compiuto col fuoco, il termine genocidio invece assimila il destino degli ebrei a quello di tanti altri popoli che soprattutto durante i primi anni del ‘900 vennero perseguitati e sterminati. Questa sorte toccò ad esempio agli Armeni.

Ecco quindi che lo sterminio degli ebrei avviene in una temperie culturale già intrisa di violenze e sopraffazioni ai danni di minoranze etniche, religiose, politiche. Gli ebrei certo non erano una minoranza, ma erano di sicuro ciò che poteva unire i tedeschi di razza pura in un unico fronte: le due Guerre mondiali avevano mostrato che il nemico non solo doveva essere odiato, ma poteva e doveva anche essere eliminato per la propria salvezza, per difendere lo spazio vitale. Altri compromessi non erano ammissibili. Ecco perché alcuni storici mettono in luce il fatto che milioni di tedeschi comuni se anche non accettarono il piano di sterminio, comunque non lo ostacolarono apertamente, fatta eccezione per quelle donne e quegli uomini coraggiosi che si opposero alla follia nazista e aiutarono alcuni ebrei a nascondersi.

Cristopher Browning nel libro “Uomini comuni” (1995) analizza la composizione del battaglione 101 dell’ordungspoliziei, formato da poliziotti riservisti nel governatorato di Lublino, Polonia. Loro compito era quello di operare rastrellamenti e deportare ebrei polacchi, lavoro svolto con estremo zelo anche se quegli uomini erano uomini comuni, non soldati di carriera, né tanto meno SS. Si precisa che non c’erano pene previste per chi si fosse sottratto a quell’incarico. Quale meccanismo psicologico spinge a commettere atrocità di questo tipo? Browning spiega che sono il conformismo e l’obbedienza all’autorità a far sentire questi uomini “dalla parte giusta” e a porre gli ebrei “dalla parte sbagliata”. Questo pericoloso meccanismo sta alla base di tutte le discriminazioni che avvengono nel mondo perché divide l’umanità in NOI e LORO. Noi CONTRO loro. Ecco perché il nostro compito è quello di conservare la memoria di questi fatti storici, perché come diceva Primo Levi “tutti coloro che dimenticano il loro passato, sono condannati a riviverlo”. Il passato può ripetersi.

Anna Frank nonostante l’indifferenza, la cattiveria, l’odio che la travolsero ad una così giovane età, non abbandonò mai i suoi sogni e non smise mai di credere nell’intima bontà dell’uomo, nella sua possibilità di redenzione. Scrisse: “Vedo che il mondo lentamente si trasforma in un deserto, sento sempre più forte il rombo che si avvicina, che ucciderà anche noi, sono partecipe del dolore di milioni di persone, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto tornerà a volgersi al bene, che anche questa durezza spietata finirà, e che nel mondo torneranno tranquillità e pace”. Perché sì, ci sono stati uomini che hanno sterminato con crudele efferatezza, umiliando e calpestando la dignità dell’individuo, la cosa più sacra che possiede, ma è bene ricordare che ci sono stati altri uomini che in nome della dignità e del supremo valore della libertà hanno dato la loro vita. Noi siamo chiamati a perpetuare il ricordo, perché fatti del genere restino nel passato.

Gli articoli 1 e 2 della legge 20 luglio 2000 n. 211 definiscono così le finalità e le celebrazioni del Giorno della Memoria:

“La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati “

Maria Teresa Beritelli

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