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Non dovresti fidarti della tua percezione

“Un modo affidabile per far sì che la gente creda a delle falsità è la ripetizione frequente, poiché la familiarità è facilmente confusa con la verità”, afferma il premio Nobel Daniel Kahneman nel suo assoluto best-seller “Thinking, fast and slow”.
Che uno psicologo vinca il premio Nobel per l’Economia è già un fatto curioso di per sé, ma di cosa parlano le ricerche di Kahneman? Essenzialmente, del fatto che molte decisioni prese dal cervello umano sono semplicemente errate; del perché siano errate e di quali strategie si possono mettere in pratica per limitare gli errori.

In quella citazione, riecheggia il meccanismo inteso nel famoso aforisma “Di’ una bugia una volta e sarà una bugia, ma ripetila cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”. Se conoscete la citazione e vi è venuto in mente Joseph Goebbels, il ministro per la propaganza nazista, beh: è la prova di questo meccanismo. Infatti, si tratta probabilmente di una falsa attribuzione. Non ci sono prove che Goebbels abbia mai detto questa frase, ma l’abbiamo vista così tante volte associata a lui che lo diamo per scontato.

Il nostro cervello è in qualche modo familiare con questa informazione e la scambia per vera, come diceva Kahneman. Nel dettaglio, funziona così: avendola già vista molte volte, il cervello non deve spendere energie per processare questa informazione, quindi si sente a proprio agio. Questo senso di agio ci dà quell’impressione chiamata “familiarità”.

“L’esperienza della familiarità ha una semplice ma potente qualità di “passato” che sembra indicare che è un riflesso diretto della nostra esperienza. Ma questa qualità di “passato” è un’illusione”, dice Kahneman. Se siamo stati frequentemente esposti ad una certa informazione, questa si è fatta strada nella nostra memoria, mischiandosi ai nostri ricordi reali. La nostra mente, dunque, non la analizzerà per capire se è verosimile oppure no. Tende sempre a risparmiare energia dovunque possibile.

Se vediamo in tv dieci volte al giorno una famiglia felice che usa una determinata marca, al momento di fare la nostra scelta sarà come se il nostro cervello ci dicesse “conosco questa marca, ho già visto che la usa tanta gente, non può che essere buona”. Succede anche se non abbiamo visto nessuno di reale usarla e anche se siamo totalmente consapevoli che erano delle pubblicità. Entra in gioco il “mere exposure effect”: il solo fatto di conoscere già quella marca e averla vista tante volte ce la fa preferire, poiché il nostro cervello la processa con meno sforzo rispetto alle altre. Piuttosto che analizzare qualità, prezzo e caratteristiche delle altre marche, preferisce risparmiare energia e prendere quella già “familiare” – quand’anche non l’aveva mai provata prima.

Le implicazioni sociali di questo effetto ci dicono che non dovremmo fidarci della nostra percezione. Un esempio lo renderà più chiaro. Quando chiamate a giudicare quali siano i pericoli maggiori, i partecipanti ad un sondaggio hanno indicato la morte per incidente stradale come 300 volte più probabile della morte per diabete. Il vero rapporto? Le morti per incidente stradale sono solo un quarto in proporzione a quelle per diabete, che è un rischio molto maggiore.

Questo cosa ci racconta? Che le persone hanno valutato il rischio basandosi sulle informazioni in loro possesso, ossia le notizie mediatiche. Ovviamente, le notizie mediatiche hanno un gigantesco errore di partenza e non andrebbero assolutamente usate per ragionare in termini statistici: i media selezionano le storie da raccontare. Non raccontano in egual misura tutti gli eventi da raccontare, ma solo quelli più coinvolgenti, che “fanno più notizia” e che suscitano una più elevata reazione emotiva. La storia di una paziente morto per diabete non “fa notizia”. Le immagini di un incidente stradale, invece, sono molto più d’impatto e tengono i telespettatori davanti alla Tv.

Questo errore fondamentale dei media è legato a doppio filo ai nostri errori di percezione. I media seguono il funzionamento del cervello umano. Anche se ci raccontassero in egual misura tutti gli eventi accaduti, la nostra mente tenderebbe per sua natura a dare attenzione solo a quelli più scioccanti e dal contenuto emotivo più forte. Non solo: li ricorderebbe più facilmente e li stimerebbe anche più probabili! Si chiama bias della disponibilità: il nostro cervello ricorda meglio le immagini dal forte contenuto emotivo. Poiché sono più disponibili è come se ce ne fossero di più. Di conseguenza, le stima più probabili.

Se io ricordo molte più scene di incidenti stradali che di morti per diabete, la mia naturale tendenza sarà ritenere più probabili le prime – anche sbagliando di moltissimo, come si è visto.

È come se noi avessimo un “sistema di pensiero” intuitivo e immediato, spiega Kahneman, che si è evoluto per fare valutazioni rapide e per consumare meno energia possibile, per saltare immediatamente a conclusioni… anche quando sono sbagliate.

La prova che il ragionamento razionale non sia il preferito del cervello umano è indicata da molti altri studi. Un esempio: immaginiamo due urne, una contenente dieci biglie, di cui una rossa; l’altra contenente 100 biglie, di cui 8 rosse. Se si pesca una biglia rossa, si vince un premio. Fermatevi un attimo a pensarci: quale urna scegliereste?

Tra il 30 ed il 40% delle persone sceglie la seconda urna.

Questo, però, è semplicemente un ragionamento errato! Il cervello si concentra sull’informazione che la seconda urna contiene più biglie vincenti, rimanendo cieco ad un fatto semplicissimo: in proporzione ha anche più biglie non vincenti. È come se rimanesse imbrigliato a visualizzare le biglie rosse, troppo occupato a costruirsi un’immagine mentale per riuscire a processare l’informazione meno “interessante” delle altre biglie presenti. Non si tratta di valutare statistiche complesse, basta fare un semplice calcolo per appurare che, con rispettivamente un 10% ed un 8%, le probabilità di vincita sono indiscutibilmente più alte nella prima urna. Eppure, per la nostra mente non è affatto così chiaro. Vede solo le biglie rosse.
A proposito: di che colore sono le altre biglie? Eravate così occupati con le biglie rosse da non esservelo chiesto?

Non dovremmo fidarci della nostra percezione, delle conclusioni rapide a cui arriva il “pensiero veloce”.
Come si possono contrastare questi errori? Innanzitutto ponendosi la domanda: ho gli elementi sufficienti per giudicare? Spesso non li abbiamo, questo dovrebbe indurre cautela.

Voi quali pensate che siano le principali cause di morte in Italia? In quale percentuale le violenze sulle donne avvengono da sconosciuti ed in quale invece avvengono da soggetti che già conoscono? Quali pensate che siano le probabilità di vincere alla lotteria rispetto a quelle di avere un infarto? Quali sono le probabilità di avere complicazioni gravi dal vaccino anti-Covid rapportate a quelle del Covid?

Qualcuno ha detto in un commento virale su internet: “36 morti su 40 erano non vaccinati… ma bisogna vedere quanti erano i vaccinati!”. Tale ragionamento potrà far ridere, ma non va liquidato come “ignoranza”: indica delle fondamentali e molto comuni vulnerabilità del cervello umano, proprio come nell’esperimento delle biglie rosse. Più l’emotività è coinvolta, più siamo proni agli errori. Purtroppo per noi, i momenti di forte emotività spesso corrispondono alle scelte più importanti.

Se foste chiamati a fare una scommessa, fatela al contrario: puntate sul fatto che sbaglierete tutte le domande precedenti. E anche di molto. È la natura umana, tenetelo a mente.

Omar Alfieri

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