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Società e Attualità

CANCEL CULTURE: QUANDO LA “TRAPPOLA” DEL MORALISMO UCCIDE LA STORIA

LA STORIA COME MEMORIA E VIA PRIVILEGIATA PER RICONOSCERE E CONDIVIDERE

La cancel culture, o cultura della cancellazione, è uno tra i fenomeni più ricorrenti e pericolosi di questi ultimi anni. Si definisce “cultura della cancellazione” una forma moderna di “ostracismo” che vuole eclissare chiunque dica o faccia qualcosa di politicamente scorretto, secondo i canoni contemporanei: un ridicolo moralismo, che utilizza come mezzo la censura.

Non solo si giudicano e si valutano personaggi ed eventi di altre epoche storiche, senza contestualizzare l’etica del tempo, ma si cerca di debellare (e quindi di uccidere) la storia in quanto tale. Eliminiamo la storia per un’incongruenza morale, che sentiamo di avere leggendo quella narrazione, quel personaggio, o perché, guardando un’opera d’arte, utilizziamo parametri valutativi relativisti, che diventano metro di giudizio assoluto: questo atteggiamento, certamente non inclusivo, ma tracotante, rischia di estinguere tutto ciò che non appartiene al credo comune, o comunque alle logiche di massa pilotate dai social. Follia, pura follia. C’è chi lo fa manifestando apertamente le proprie intenzioni (a volte con violenza), e chi finge dietro ad un sorriso di volerti convincere ad accettare, solo a patto che tu condivida il suo punto di vista. Forse sono più pericolosi i secondi, perché più insidiosi: credendo di possedere la verità in tasca, finiscono per limitare la libertà di pensiero e di espressione. La corsa intollerante verso la correttezza e l’aggiornamento ai valori contemporanei può avere come esito un giacobinismo che culmina con il corrodere tutto. Per questo vorrei citare il caso di due università anglosassoni. A “Princeton” non c’è più obbligo di studiare greco e latino per “razzismo sistematico nel dipartimento”. L'”Howard University” ha cancellato il corso di laurea. Penso che il razzismo non venga ridotto ma amplificato, in quanto alla fine, i laureati, saranno meno competitivi dei colleghi che hanno continuato a studiare i “famigerati” testi; si perderanno le radici di un pensiero che ha prodotto anche i migliori progressi, proprio sul fronte dei diritti umani. Il pericolo che questa tendenza venga esportata in Italia c’è, basti pensare alla statua imbrattata di Indro Montanelli nei giardini pubblici di Milano dalle attiviste “non una di meno”, o alla proposta della Commissione UE di abolire gli auguri di “buon Natale”, sostituendoli con “buone feste”. Con il pretesto dell’inclusione, si arriva alla forma più bruta di esclusione. La lettura dei classici aiuta a conoscere le diverse categorie umane e morali ed è compito, pertanto, del lettore riconoscersi in esse,  saper discernere il bene dal male, la giustizia dal caos, la virtù dal vizio, il razionale dall’irrazionale. Il passato, con i suoi valori e orrori, non va danneggiato, né rimosso, ma studiato. Anzi, studiare il passato significa acquisire gli strumenti per leggere una realtà complessa, articolata, diversa, ma ricca, perché foriera di punti di vista che, se ascoltati, possono trovare armonia. E poi diciamocelo, una cosa è chiudere una pagina Twitter di un personaggio misogino o razzista, ben altra cosa è costringere a non studiare Omero, Esiodo, Alceo, Euripide, Eschilo, Ovidio, Orazio la cui indagine è utile ad imparare a dare forma alle cose, valore al passato e alla storia, edificare la propria persona e consolidare un’identità capace di vedere nella diversità una fonte di ricchezza, dialogo e confronto necessario in ogni rapporto dialettico la cui conclusione naturale è una sintesi, non una cancellazione.

Giovanni Morello

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