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A presto, Franco

Quando abbiamo appreso della morte del maestro Franco Battiato, un fiume di parole, di note e di ricordi ha invaso l’animo di ognuno di noi. Quando un cantante debutta, ci si aspetta che il suo “periodo d’oro” prima o poi finisca e che quella voce resti come fenomeno di un determinato periodo. Lo si ricorderà, naturalmente, ma resterà circoscritto in specifiche circostanze. Elvis è stato questo. Frank Sinatra è stato questo. David Bowie è stato questo. Franco Battiato non è stato questo.

Egli è riuscito, forse involontariamente, a rendersi veicolo universale delle esperienze degli altri. Quando una canzone di Battiato viene riprodotta in un luogo, le differenze di ciascuno di noi si abbattono e tutti si ritrovano raccolti dentro un grande spartito. Negli occhi dei nostri genitori scorrono le immagini di estati passate insieme agli amici, attorno ad un falò, quando si aspettava che le follie del XX secolo sventolassero “bandiera bianca”. Noi, al contrario, speriamo sempre che “ritorni presto l’era del cinghiale bianco”. Nessuno è mai riuscito a comprendere le nostre generazioni, così diverse, né, tantomeno, è mai riuscito a comunicare ad entrambe. Franco c’è riuscito. Abbiamo pianto con lui. Abbiamo sorriso con lui. Grazie a lui abbiamo avuto un conforto. Grazie a lui continueremo ad avere delle speranze.

Durante un’intervista che Franco Battiato diede a “La Repubblica” qualche anno fa, commentava così la prospettiva della morte: <<Gli umani esistono, ma non muoiono, come si pensa. Ci si trasforma. […] Io sto lavorando per essere degno del passaggio di un essere umano da una dimensione all’altra>>. Per questo è sciocco, oltre che superfluo, piangere la trasformazione di un uomo che ha fatto così tanto per esprimersi e per esprimerci, che fosse tramite un pennello, un microfono, delle pagine di un libro o un film. Continuerà a parlare di noi. Continuerà a parlare con noi. E quando le differenze tra le nuove e le vecchie generazioni ci sembreranno insuperabili, sapremo chi riuscirà a farci abbracciare ancora.

Ivano Belfiore

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