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Società e Attualità

Omotransfobia, cosa prevede il ddl Zan: dal carcere ai centri anti-violenza

Il provvedimento, se approvato, istituirebbe il carcere per chi commette atti di discriminazione fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere o sulla disabilità. Prevista anche l’istituzione di una giornata nazionale contro l’omobitransfobia e lo stanziamento di 4 milioni di euro per strutture che operano in questo ambito

Dopo l’approvazione alla Camera avvenuta nel novembre 2020, il ddl contro l’omobitransfobia ribattezzato anche “legge Zan” dal cognome del relatore Alessandro Zan, deputato del Pd, è tornato al centro del dibattito politico. Il disegno di legge, infatti, si è bloccato al Senato dopo che alcuni partiti hanno definito il provvedimento non prioritario, non consentendo così l’avvio della discussione in commissione Giustizia.

Cos’è il ddl Zan

“Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità” è il titolo del ddl Zan. Nelll’articolo 1 del testo, viene specificato che “per sesso si intende il sesso biolo­gico o anagrafico; per genere si intende qualunque ma­nifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso; per orientamento sessuale si intende l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi; per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corri­spondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione”.

Cosa prevede il ddl Zan

Tra le novità del provvedimento è prevista la reclusione fino a 18 mesi o una multa fino a 6.000 euro per chi commette atti di discriminazione fondati “sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere o sulla disabilità”; il carcere da 6 mesi a 4 anni per chi istiga a commettere o commette violenza per gli stessi motivi; la reclusione da 6 mesi a 4 anni per chi partecipa o aiuta organizzazioni aventi tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per gli stessi motivi. Per qualsiasi reato commesso per le finalità di discriminazione o di odio la pena viene aumentata fino alla metà. Il condannato può ottenere la sospensione condizionale della pena se presta un lavoro in favore delle associazioni di tutela delle vittime dei reati.

La giornata nazionale contro l’omofobia e i centri anti-violenza

Il ddl Zan prevede anche l’istituzione il 17 maggio della giornata nazionale contro l’omobitransfobia, dedicata alla promozione della cultura del rispetto e dell’inclusione nonché al contrasto dei pregiudizi, delle discriminazioni. Le scuole di ogni ordine e grado dovranno inserire nella propria offerta formativa programmi di sensibilizzazione a questo tipo di discriminazioni. Nel provvedimento anche lo stanziamento di 4 milioni di euro all’anno per i centri contro le discriminazioni motivate da orientamento sessuale e identità di genere, per prestare assistenza legale, sanitaria, psicologica, e anche vitto e alloggio alle vittime dei reati di odio e discriminazione.

Omosessualità, la situazione nel mondo: dove è ancora un reato?

Diamo un’occhiata alla situazione dei diritti LGBTIQ+ nel mondo e in Europa.

Come ogni anno, il 17 maggio si celebra la giornata mondiale contro l’omobitransfobia. La ricorrenza è anche un’occasione per fare il punto sull’avanzamento dei diritti delle persone LGBTIQ+ nel mondo e sulle discriminazioni di cui ancora sono vittime in molti Paesi.

Dal 2004, quando è stata inaugurata la giornata, la situazione è senza dubbio migliorata, anche se il contesto in molti Stati resta difficile. Sono ancora parecchi i luoghi, soprattutto in Africa e Asia, dove l’omosessualità è considerata illegale.

Nella maggior parte del pianeta, fortunatamente, la situazione è differente e migliore, anche se questo non vuol dire che la battaglia per assicurare alle persone di ogni orientamento sessuale gli stessi diritti sia vinta. Persino in Europa, dove norme e atteggiamenti sono tra i più favorevoli, esistono grandi differenze tra Paese e Paese. Ci sono stati membri dell’Unione europea in cui più di metà della popolazione non è convinta che le persone LGBTIQ+ debbano avere gli stessi diritti di tutti gli altri.

Anche l’atteggiamento verso i matrimoni tra persone dello stesso sesso non è uniformemente distribuito nel continente, con atteggiamenti meno favorevoli nell’Europa dell’Est.

Uno sguardo alle legislazioni nazionali sui matrimoni tra persone dello stesso sesso e le unioni civili conferma questa divaricazione tra le aree occidentali e orientali del Vecchio Continente. La maggior parte dei Paesi europei che non prevedono forme di unione si trovano nell’Europa dell’Est.

Giovanni Antonio Arena

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