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Società e Attualità

Noi giovani torneremo di nuovo a sognare? Situazione dopo un anno di pandemia

È straziante ricordarci che è da pressoché un anno che ci troviamo immersi e inondati da questa pandemia da Covid-19. È straziante ricordarci che, dato il periodo prolungato, questa ormai sembri apparire quasi la normalità. Ci ricordiamo ancora com’era vivere prima di tutto questo?

Ogni mese che passa sembrano farsi strada speranze diverse di cambiamento: più o meno individui vaccinati, più o meno contagi, indice RT di contagio più o meno alto, zone arancioni che diventano gialle, zone rosse che diventano arancioni e viceversa. Ogni mese veniamo scaraventati dalle situazioni in atto su diversi gradini di una scala che misura la nostra sofferenza e la nostra resistenza. Un’insofferenza condivisa da tutta la popolazione.

Come già sappiamo, nel frattempo i nostri genitori, parenti ed amici hanno perso il lavoro o sono finiti in cassa integrazione, noi studenti universitari non abbiamo quasi più messo piede in facoltà e gli studenti delle scuole pubbliche hanno variato periodi di didattica a distanza a periodi in presenza, quest’ultimi durati sempre poco.

Ciò che ci ha tolto questa pandemia non si può quantificare: potremmo stare qui a discutere su a chi sono da attribuire le eventuali colpe, se alla cattiva o pressochè giusta gestione da parte dello Stato e del governo italiano della pandemia, dei sussidi economici e dei piani vaccinali, se alla cattiva o pressochè giusta condotta degli stessi cittadini italiani durante i lockdown e i periodi festivi o di zona gialla, se alla cattiva o pressochè giusta gestione da parte delle istituzioni universitarie della didattica online e dei servizi erogati. Dare le colpe è sicuramente ciò che tutti siamo soliti fare, ciò che ci viene meglio, data l’indigenza e la sofferenza in cui ci siamo trovati e ritroviamo.

Ma, essenzialmente, mi chiedo se riusciremo a tornare a sognare. Non parlo di sogni illusori, divagazioni mentali fantasiose su un futuro tutto rose e fiori, parlo della capacità di riuscire ancora a pensare positivamente a ciò che ci aspetterà tra un tot di anni. Si legge ovunque che saremo la generazione più svantaggiata dal primo dopoguerra in poi: sul nostro futuro economico, sociale e politico inciderà il grosso e massiccio peso del debito pubblico che si sta accumulando in questi anni a danno delle casse dello Stato, che la nostra generazione è quella che sta riscontrando, ormai da diversi lunghi anni, un tasso di disoccupazione giovanile sempre troppo elevato (con un conseguente tasso di occupazione che si aggira solo attorno al 20-30%, se siamo fortunati), è su di noi che questa pandemia psicologicamente sta incidendo e inciderà gravemente a lungo e lunghissimo termine. Per non dimenticare che siamo la generazione che più risentirà dei più che preoccupanti cambiamenti climatici già in atto da decenni. A New York l’anno scorso l’enorme orologio del palazzo Metronome si è trasformato in un countdown di 7 anni, il Climate Clock: se in questi 7 anni nulla, ambientalmente e climaticamente parlando, cambierà, la nostra terra giungerà ad un punto di non ritorno.

Dunque, con questi presupposti mi chiedo se saremo ancora in grado di sperare in un futuro discreto e non mediocre come quello che potremmo realisticamente prospettare, se riusciremo a sperare di poterci ancora permettere di studiare, lavorare, coltivare il nostro essere e i nostri interessi in un mondo che sembra essere allo sfacelo. Non so se continuare a sperare in una classe dirigente che ci salverà possa bastare, poichè qui stiamo parlando di menti di giovani ragazzi che hanno una vita di fronte a sè, in cui non sembra intravedersi un esito pienamente positivo; continuiamo a camminare con le nostre gambe, ci formiamo culturalmente grazie ai sacrifici nostri e dei nostri genitori, soprattutto economici, per poi trovarci in faccia porte sbattute, salari bassi e speranze vane. Zero garanzie realmente promettenti.

Ad un mondo in cui i giovani non riescono più a sognare, non resta quasi nulla.

Ilaria Dibenedetto

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