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Creonte, il tiranno che sottovalutò lo psicoreato

Quando una crisi distrugge le fondamenta di una società, l’unica speranza di sopravvivenza è che una figura determinata e forte prenda il potere per ristabilire l’ordine. Un “principe” che sappia distinguere tra il bene dello stato e il bene dell’individuo.

Questi regimi diventano dei colossi, vere e proprie macchine da guerra immense, che controllano totalmente la sfera della vita individuale, e sebbene la loro presenza nel mondo pubblico, come in quello privato, sia massiccia, restano dei giganti dai piedi d’argilla. La paura principale di una tirannia è sempre stata la privazione del proprio controllo sulla coscienza dei cittadini. Se i regimi fondano il proprio sostentamento sulla televisione, sui giornali, sulle radio, non dobbiamo pensare che atteggiamenti simili non si possano trovare in tempi remoti. Un regime deve tranquillizzare. Un regime deve ipnotizzare i suoi cittadini con immagini che è necessario che vedano (non è importante che siano esse vere o finte), con un lento ma costante processo che porti ciascun individuo a riconoscere la legittimità del proprio regime, così come la sua necessità.

Sofocle, nella sua tragedia “Antigone”, porta l’immagine di un governo tirannico che verrà abbattuto proprio dal rifiuto di Antigone di seguire la legge di suo zio Creonte.

Se una grande città come Tebe venisse attaccata da un proprio concittadino, il quale si scontra col proprio sangue, portando la città quasi alla distruzione, il compito primo del nuovo regime sarà quello di ricostruire le proprie fondamenta, concentrando l’odio dei cittadini su qualcos’altro, invece che verso il proprio Stato, per non crollare nell’anarchia.

Solo in questo modo Creonte può conservare il potere. Del suo ruolo molti uomini hanno parlato nel corso dei secoli, fino al paragone, forse troppo severo, con Hitler di Bertolt Brecht, tuttavia meriterebbe una visione molto più ridimensionata. Creonte cerca di nascondere dietro di sé tutti i morti, i sofferenti, le vedove, gli orfani che la città ha dentro le proprie mura. Creonte non è a capo dello Stato, Creonte é lo Stato. Un organismo ormai vecchio e patetico, che cerca in tutti i modi di rassicurare i suoi cittadini con provvedimenti (anche simbolici) nei confronti di un capro espiatorio.

Lo fece il regime dei Trenta Tiranni contro i meteci, lo fece Nerone contro i cristiani, lo fece Hitler contro gli ebrei, lo fa Creonte contro Polinice. Vietando la sepoltura di Polinice, Creonte condanna alla dannazione il defunto nipote, consumando la propria vendetta per aver ricevuto un incarico così fragile e gravoso in un momento di grande difficoltà. Ma la retorica del monologo d’ingresso di Creonte è quanto mai efficace: appare forte, saldo, sicuro di sé e con un obbiettivo chiaro. Naturalmente Creonte rivelerà presto le sue grandi debolezze, e la sua forza cesserà di esistere proprio quando il grande nemico della città viene percepito come un essere umano, non come un mostro. La caduta del capro espiatorio porta alla caduta dell’autorità.

In un universo di duemila anni più moderno, George Orwell coglie la stessa fragilità, sebbene la renda inattaccabile. Dopo le guerre atomiche, il mondo si divide in tre grandi stati intercontinentali, ognuno retto da una dittatura più psichica che politica.

Le televisioni trasmettono perennemente scene di una guerra mondiale in corso, tuttavia ciò porta i cittadini a sentire un vero e proprio orgoglio nei confronti del loro Grande Fratello e del Partito. Le città sono completamente composta da macerie e da grandi complessi industriali, la gente vive in condizioni inumane, sotto il vigile occhio del Grande Fratello.

Quando però Winston Smith, il protagonista del romanzo “1984”, sviluppa una coscienza propria scoprendo la verità sul Partito e sulla guerra che in realtà non esiste, è troppo pericoloso per il regime.

Però, invece di ucciderlo, il Partito lo condanna a una vita molto più crudele, basata sull’appiattimento della propria coscienza e sul crollo di tutte le sue certezze, a fronte di un assoluta fedeltà verso il Grande Fratello.

Il concetto può essere riassunto nell’episodio in cui Winston, prigioniero, deve rispondere ad una semplice domanda, cioè quante dita veda davanti a sé. Nonostante la risposta sia corretta, perché in effetti il suo torturatore solleva solo quattro dita, continueranno a torturarlo finché non dirà la risposta che sono loro ad imporgli: “Vedo cinque dita”.

Antigone, sorella di Polinice, soffre a causa della morte del proprio fratello e vuole seppellirlo, ma Creonte si impone, condannandola a morte. Il suo errore, che il Grande Fratello non commetterà, è quello di uccidere l’individuo, non l’idea che lo ha portato a ribellarsi, infatti Antigone morirà, è vero, ma convinta della giustezza delle proprie azioni e quel gesto porterà il figlio di Creonte a suicidarsi e lo stesso Creonte alla totale pazzia.

Nell’universo di Sofocle è Creonte a veder morire tutte le sue convinzioni. Questa è la lezione che Orwell raccoglie, creando l’arma più efficace delle dittature di cui scrive, lo “psicoreato”, cioè lo sviluppo di un proprio pensiero che non è conforme con le leggi del Grande Fratello: LA GUERRA È PACE. LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ. L’IGNORANZA È FORZA. Se il regime vuole sopravvivere, non deve reprimere lo psicoreato, deve screditarlo.

Ivano Belfiore

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