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“Qui giacciono i miei cani”, la fine del superuomo in Gabriele D’Annunzio

Un esteta, un retore, un nazionalista, un fascista, un “cattivo maestro”, un superuomo: questo è Gabriele D’Annunzio. Un artista dalla vita inimitabile, che con le sue imprese ha conquistato un intero popolo grazie ad uno spregiudicato sfruttamento dei mass media. Tra arte e vita, emerge la figura di un poeta anticonformista,  un decadentista, il cui stile s’intreccia tra tradizione e modernità.

Un autore spesso ridotto a “La pioggia nel pineto”; vi presento probabilmente l’ultimo componimento del Vate, scritto il 31 ottobre 1935.

“Qui giacciono i miei cani”

Qui giacciono i miei cani
gli inutili miei cani,
stupidi ed impudichi,
novi sempre et antichi,
fedeli et infedeli
all’Ozio lor signore,
non a me uom da nulla.
Rosicchiano sotterra
nel buio senza fine
rodon gli ossi i lor ossi,
non cessano di rodere i lor ossi
vuotati di medulla
et io potrei farne
la fistola di Pan
come di sette canne
i’ potrei senza cera e senza lino
farne il flauto di Pan
se Pan è il tutto e
se la morte è il tutto.
Ogni uomo nella culla
succia e sbava il suo dito,
ogni uomo seppellito
è il cane del suo nulla.

Eccone la mia parafrasi :

Qui riposano tutti i miei cani morti, stupidi, e senza pudore, nuovi e vecchi, quelli a me fedeli e quelli non, nel tempo libero del loro padrone, nel mio ozio, del mio essere uomo della nullità. I cani, anche da morti, rosicchiano le ossa, senza fine, instancabilmente, anche quando loro stessi si sono ridotti ad ossa, non è ciò che facciamo anche noi? Cani vuoti senza midollo. Con queste ossa, potrei farne il flauto che utilizzava il Dio Pan, egli è tutto, e la morte è il tutto dell’esistenza.

“Ogni uomo nella culla succia e sbava il suo dito, ogni uomo seppellito è il cane del suo nulla”, è l’incessante corsa dell’uomo verso il nulla, la sintesi della vita : la morte.

Dai toni cupi, si evince la fine dell’edonismo, è la morte del superuomo. Il vitalismo viene eliminato, probabilmente sotto influenza dell’età del poeta, che morirà l’1 marzo 1938 per emorragia celebrale mentre era seduto al tavolo da scrittura della Prioria.

Il panismo, tema ricorrente nella poetica dannunziana, suo culto, non ha più valenza positiva: anch’esso è finito. La congiunzione tra uomo e l’intero cosmo è sostituita da parole rassegnate. L’esistenza dolorosa è consapevolizzata, ciò porta ogni abitante del mondo verso lo stesso destino : la fine. Il gesto del succhiare del bambino ed il rosicchiare del cane divengono consolazioni, azioni che hanno un aspetto materno. Il critico Walter Siti, definisce questa poesia come “l’altra faccia dell’autocelebrazione”, cioè l’autodenigrazione. D’Annunzio comprende i suoi limiti, un uomo che si è consumato e diviene “uom da nulla”, non più superbo, non più protagonista, non più profeta e guida del Paese, ma un semplice uomo fatto di debole carne, ecco l’avvento del nichilismo passivo.

Irene Serra

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