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Lockdown da Tiffany

Sono passati esattamente sessant’anni da quando il capolavoro di Blake Edwards venne proiettato nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, e ancora non smette di sorprendere ogni generazione.

Il motivo non sta sicuramente nella trama, che non è né sorprendente, né stimolante, anzi è piatta, monotona, ordinaria; non è sorprendente nemmeno la scenografia; i personaggi sono statici, quasi anonimi. Eppure sono proprio queste qualità che lo rendono eterno e straordinario.

La protagonista, ritratta dal dolcissimo viso di Audrey Hepburn, passa le proprie giornate a godersi la vita mondana della New York di fine anni ’50, ricavando il denaro per vivere da qualche ricco gentiluomo, il quale si aspetterebbe di ricevere qualcosa di più da una donna così bella e così estroversa, senza però raggiungere il fine sperato.

Holly Golightly, così dice di chiamarsi, non sembra che abbia un impiego, che del resto sarebbe la sua rovina: impagliata, dietro qualche grigia scrivania o in qualche tetro ufficio. Le sue notti sono piene di vita e di allegria, con feste tenute nel suo piccolo appartamento ed eccessive bevute. La piccola Holly appare al pubblico come sfacciata ed ingenua, ma tutto ciò non è altro che un costosissimo velo colorato che cela una personalità fragile e profondamente malinconica.

Il film non cessa mai di essere ambiguo, così come la nostra realtà. Ecco la sua grandezza e la sua attualità. “Colazione da Tiffany” ci sbatte in faccia la nostra ipocrisia e la nostra profonda solitudine. Quale città può raccontare l’anonimia della società contemporanea se non New York, così piena e così vuota? L’unica cosa che infatti rende felice Holly è passeggiare tra le teche della gioielleria “Tiffany’s”, i cui brillanti gioielli illuminano le giornate della protagonista e ognuno dei quali è un pezzo unico nel suo genere.

Holly Golightly è una figura universale, le cui sembianze possono essere quelle di qualunque altro essere umano, che cerca di trovare la propria felicità in un mondo che, evidentemente, sembra non soddisfarlo.

La pandemia di COVID-19 ha dato un colpo grave e pesante alle nostre vite, ma uno dei più importanti effetti di questa nuova condizione è stato il divario sempre più crescente tra le nuove generazioni e quelle vecchie. I giovani sono stati profondamente criticati (come da parecchi decenni succede) per il loro comportamento irresponsabile, per il mancato rispetto delle norme, ma sono ben poche le persone che se ne chiedono il motivo. Non si tratta di ribellione o di assenza di civiltà. Si tratta di pura sopravvivenza.

I giovani hanno bisogno di evadere dal mondo in cui vivono, hanno bisogno di trovare qualcosa o qualcuno che li faccia sentire diversi, migliori forse. Hanno bisogno del loro “Tiffany’s”. E tutto ciò si può trovare in una persona, in una festa, in una macchina, in una droga o in tante altre cose, positive o negative.

Abbiamo bisogno di ubriacarci di vita, di esperienze, di dolori, di felicità per capire che esistiamo e per far capire che abbiamo un nome. Rimanere chiusi, per settimane, senza poter avere uno scorcio di tutto ciò che abbiamo bisogno per credere ancora in noi stessi è stata una condanna che i giovani hanno saputo sopportare, se non con coraggio, con speranza.

Cosa porta un gruppo di giovani a incontrarsi, con il rischio del contagio, se non per provare qualcosa di diverso dalla vita che sono stati costretti a vivere? Cosa spinge un ragazzo a frequentare molte ragazze a settimana, se non la speranza di sentirsi importante, almeno per qualcuno? Cosa conduce una ragazza a bucarsi il braccio, se non la certezza di accedere a una realtà che faccia ammutolire le sue frustrazioni e le sue sofferenze? Cosa obbligava i berlinesi a ballare e a divertirsi durante i bombardamenti su Berlino, se non la paura di sentire ancora il fragore delle bombe nelle loro orecchie?

La nostra è una risposta alla sofferenza che proviamo nel vedere come sarà il futuro che le vecchie generazioni hanno confezionato per noi. Tutta la nostra esistenza si concentra su questa continua evasione, compreso l’uso eccessivo degli smartphone, che ci concedono un sistema in cui possiamo decidere e legiferare sulla vita di un’altra persona con un like o un commento.

E, del resto, che cosa sono le nostre foto o le nostre storie su Instagram, se non un segnale per destare l’attenzione di qualcuno che ci ignora?

Tornando al film, ognuno è libero di vederlo secondo le due modalità che ci propone il regista: quella allegra e spensierata o quella malinconica e ordinaria. Tuttavia, non bisogna pensare che queste due essenze del film siano in conflitto, anzi, convivono perfettamente. Quello che è certo è che da entrambi i modi di vedere questo film (e la vita) la destinazione è unica: la speranza.

Ivano Belfiore

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