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Cultura

Il signore delle mosche, di William Golding

Le radici dei totalitarismi: cosa accade quando le regole vengono meno e non si sa se si mangerà il giorno dopo?

Agli albori di una nuova guerra mondiale, un aereo precipita su un’isola deserta, lasciando un gruppo di studenti abbandonati a sè stessi. L’incipit risveglia il bambino che è in noi: niente adulti, niente regole, libertà totale… purtroppo stavolta non si tratta di Peter Pan coi bimbi sperduti, questi ragazzi vengono messi di fronte alla realtà dei fatti molto presto.

Bisogna trovare da mangiare, costruire posti per dormire, cercare di farsi salvare. Facciamo subito l’incontro di Ralph che si allea con Piggy (basso e grassottello, sarà la nostra voce della ragione), fin dall’inizio diverrà la nemesi di Jack. I due sembrano agli antipodi, ma anche simili per certi versi, entrambi vogliono essere leader dei sopravvissuti, entrambi i più grandi; seguono, però, due vie molto diverse: la “politica” di Ralph si incentra sui bisogni primari, tra cui primeggia il voler essere trovati, Jack punta invece a quella che potremmo definire la felicità immediata, che nasce dai desideri più intimi e reconditi (è lui il primo cacciatore, a discapito dei poveri maiali dell’isola).

Ralph, democraticamente eletto, diventa leader e cerca di instaurare una piccola società ordinata, dove tutti hanno un compito e nessuno è escluso… per quanto potrà durare?

William Golding esprime in formato quasi di favola le meccaniche che portano dalla civilizzazione all’anarchia al regime del terrore (instaurato poi da Jack e i suoi seguaci). Mentre quindi Ralph e Piggy si interessano a quelli che sembrano i problemi principali, la figura di Jack (dapprima una specie di opposizione in senso politico) dà adito alle paure dei ragazzi, promettendo loro cose da cui Ralph cerca di distoglierli. In sostanza Jack è la promessa del tutto e subito, se si dà fiducia a lui, si avrà in cambio quello che si vuole, screditando la ragione e perseguendo quello che è l’istinto più brutale. Chi vincerà alla fine?

I totalitarismi sembrano lontani da noi (che sia nel tempo o nello spazio), eppure in particolare in momenti di crisi (scrivo questo articolo in tempo di Covid-19) sono il momento perfetto per le figure che dall’ombra vogliono prevalere approfittandosi della paura e della disperazione della gente; citando il libro, quando i bambini hanno tutti paura della “cosa che striscia” rappresenta il momento perfetto per l’inizio dell’ascesa di Jack, contrapposto a Ralph che cerca di rassicurare i ragazzi. Questo libro è ogni giorno attuale, ricordandoci che la pace, le libertà personali, i diritti che abbiamo e pure quelli che vogliamo conquistare,non sono scontati, sono spesso minacciati da chissà quale follia che maneggia le menti di certe persone.

Il titolo: Signore delle mosche è un appellativo fenicio del dio Belzebù, ovvero l’incarnazione del male. Nel romanzo è rappresentato da una testa di maiale che i ragazzi avevano posto su una lancia, facendone un totem. In stato di decomposizione, essa è circondata da mosche. Questo libro non è, infatti, solo quella che si può definire fantapolitica; in esso l’autore ci esprime il suo pessimismo comunicandoci che per lui l’uomo è naturalmente cattivo, il suo istinto più primitivo è quello del male. La mia piccola opinione, che sicuramente non è fondata come altre, è che non esistono il bene e il male in sé, tutti sono più o meno buoni o cattivi; le nostre azioni sono sì nostre responsabilità, ma sono anche determinate in parte dalle nostre radici culturali e di estrazione sociale. L’umanità ha ancora qualche speranza?

Per letture più dettagliate rimandiamo a Le origini del totalitarismo, di Hannah Arendt, e ad un’infinita letteratura sull’argomento sicuramente più dettagliata.

Buona lettura!

Angela Schillirò

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