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“L’Agnese va a morire”, romanzo di Renata Viganò

L’Agnese va a morire è un romanzo di Renata Viganò, pubblicato nel 1949, grazie al quale conquistò il secondo posto al Premio Viareggio di quell’anno e fu riconosciuto come un frutto maturo della letteratura Neorealista.

Questo nuovo tipo di letteratura si afferma subito dopo la caduta del fascismo (avvenuta con l’arresto di Mussolini nel 1943) e si concretizza nella presa di posizione da parte di molti intellettuali, che fino a quel momento furono limitati e ostacolati dalla rigidissima censura fascista. L’intellettuale adesso è invece portavoce degli avvenimenti storici, che si riempiono di una determinata connotazione ideologica. Durante gli anni del regime infatti non era facile portare avanti un’idea di letteratura non consona ai valori portati avanti dal fascismo. L’obbligo morale della letteratura, ma in generale di ogni manifestazione culturale, era quello di esprimere vicende e storie che non inquietassero il pubblico e che esaltassero le imprese del Duce e del regime fascista.

Con L’Agnese va a morire, la Viganò racconta l’esperienza della Resistenza, vissuta in prima persona. La scrittrice, come la protagonista del romanzo, fu infatti una partigiana insieme al marito. Nell’articolo, pubblicato sull’Unità nel 1949, che funge da postfazione del libro, la scrittrice afferma che “la storia di Agnese non è una fantasia” ma che questa straordinaria donna è realmente esistita, come reali sono tutti gli avvenimenti descritti nel romanzo. Ma chi è l’Agnese? Agnese è una donna figlia del suo tempo: è una lavandaia, lavora sodo, non s’interessa di politica né tanto meno di guerra, vive la giornata, stando in silenzio e pensando solo alla sua famiglia. Abita in un paesino insieme a Palita, il marito, e la loro gatta nera; è questo che fa l’Agnese: lavora tanto per mantenere entrambi (il marito non può lavorare a causa di una malattia avuta anni prima).

Un giorno però arrivano i tedeschi e portano via il suo amato Palita, l’unico suo compagno di vita e rimedio alla sua solitudine, accusato di essere comunista e, in quanto tale, oppositore da far fuori. Da quel momento in poi Agnese rimarrà sola, con la sua gatta, in attesa del ritorno dell’amato marito. L’Agnese “tirava avanti col peso della sua incapacità di sperare” finché un giorno non vanno a trovarla due amici del marito, due partigiani, che danno un nuovo scopo alla sua esistenza: se prima viveva solo per l’amato Palita, adesso l’Agnese trova posto nella Resistenza. La donna inizia ad occuparsi delle staffette: col freddo, su una bicicletta sgangherata, parte trasportando tritolo ben coperto.

La sua vita cambierà radicalmente quando una sera un tedesco, che faceva festa nella casa dei vicini, le ammazza la gatta quasi per gioco: rimasta completamente sola e senza nulla da perdere, Agnese reagisce uccidendo il tedesco. Riesce miracolosamente a fuggire e da qui in poi ha inizio la sua azione partigiana. La donna infatti diventerà un punto di riferimento per i compagni che la chiamano affettuosamente “mamma Agnese”.

Lo sguardo duro di Agnese, la sua umiltà, il suo silenzio, la sua lotta, la sua sofferenza fanno breccia nel cuore dei compagni, che trovano in lei il conforto di una madre. Le battaglie tra partigiani e tedeschi vengono descritte quasi con distacco ma con intensa drammaticità. Le esperienze del Comandante, Tom, Clinto, Tarzan e di tutti i compagni partigiani si concretizzano, rendendo quelle battaglie narrate quasi parte della vita del lettore. Mi è sembrato infatti di vedere i loro volti, di vederli combattere per un ideale portato avanti con tutte le loro forze. Ho esultato per le loro vittorie e pianto per le loro sconfitte. Anch’io, leggendo questo straordinario romanzo, mi sono trovata a combattere contro le truppe naziste e fasciste.

Non prendiamoci in giro: quando inizi L’Agnese va a morire, sai già come andrà a finire. Eppure, anche se ne sei consapevole, quando la vedi per la prima volta – questa donnona sui cinquanta, umile e silenziosa – non puoi che affezionarti a lei. L’Agnese rappresenta un po’ tutte le donne della Resistenza. L’Agnese ha fatto la Storia.

Non ha esitato nemmeno un attimo a schierarsi in prima persona per combattere coloro che le hanno strappato e portato via con spietatezza l’uomo che amava. Non ha esitato nemmeno un attimo a schierarsi contro quanti hanno tolto al popolo italiano ogni forma di libertà.

Questo romanzo ti entra dentro, ti scalfisce il cuore e ti lascia dentro un mix di emozioni: sentimenti contrastanti, di gioia, di dolore, di felicità. Ti domandi, anche se lo sai, anche se conosci la Storia, perché sia stato sparso tutto questo sangue, perché oltre ai soldati, morirono migliaia di innocenti.

Ti chiedi come l’uomo possa compiere azioni così feroci e disumane e con quale forza si possa uccidere anche un solo uomo. Questo romanzo merita uno spazio nelle librerie di ogni lettore e merita di essere conosciuto. Renata Viganò ci ha così donato il ricordo di una donna straordinaria, che al tempo stesso funge da prezioso documento storico su un argomento tanto delicato della storia del nostro Paese. Per concludere, vi riporto un passo, da annotare e ricordare, del romanzo:

La forza della resistenza era questa: essere dappertutto, camminare in mezzo ai nemici, nascondersi nelle figure più scialbe e pacifiche. Un fuoco senza fiamma né fumo: un fuoco senza segno. I tedeschi e i fascisti ci mettevano i piedi sopra, se ne accorgevano quando si bruciavano.”

Aurelia Nicotra

Una risposta su ““L’Agnese va a morire”, romanzo di Renata Viganò”

Grazie per averlo recensito: un libro bellissimo, che per me fa il paio con “Matrimonio in brigata”. Insieme a “Ultimo viene il corvo” di Italo Calvino, questi tre libri mi hanno raccontato il lato umano – e per questo pieno di contraddizioni ma anche di etica – della Resistenza più di tanti altri. Complimenti

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