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“Io sono Argentina”: la favola di Evita Perón

Argentina, 26 luglio 1952.

Si respira frenesia nell’aria della città di Buenos Aires. Dalle tre del mattino c’è un grande viavai di gente in Plaza de Mayo, lì dove si erge maestosa la residenza presidenziale, Casa Rosada. Argentini venuti lì da ogni provincia si stipano per ore ed ore con rosari e ceri accesi, pregando intensamente per la loro “Evita”, la moglie del presidente Perón, malata gravemente.

Sperano in un miracolo, benché la donna, appena 33enne, sia ormai in punto di morte.

Si fa tardi; qualcuno è intenzionato a passare una notte di veglia, qualcun altro decide di rientrare. Chi da casa sta ascoltando la radio, ode ad un certo punto la voce di un annunciatore che interrompe tutte le trasmissioni radiofoniche: “E’ mio triste dovere informarvi che Eva Perón, leader spirituale della Nazione argentina, è passata all’immortalità alle 20 e 25, questa sera”.

Da quel giorno e per tutti i giorni seguenti, folle intere di argentini si preparano per i solenni funerali di Stato: davanti alle bandiere a mezz’asta in segno di lutto nazionale, sono in milioni a sfilare al corteo funebre con voci rotte, strida e pianti. Il lutto diventa isteria collettiva.

Mai nessuno avrebbe soltanto osato immaginare che la morte di un’attrice, una donna di poco conto come era stata giudicata da alcuni Eva Perón, avrebbe suscitato tutto quel clamore e quel sincero cordoglio.

Ma chi era veramente la donna chiamata con amore dal suo popolo “Evita”? Quali meriti le valsero la fama imperitura nella storia dell’Argentina?

Eva abbraccia il presidente Perón dopo un discorso al popolo riunito in Plaza de Mayo

Maria Eva Duarte era nata in un piccolo villaggio argentino, Los Toldos, nel 1919. Figlia di un piccolo proprietario terriero e della sua amante, le sue origini illegittime la marchiarono per sempre come individuo da relegare ai margini della società.

Ella non dimenticò mai la sua provenienza e nei suoi discorsi pubblici non mancava di sottolineare con orgoglio di essere una “donna del popolo” che ha vissuto parte della sua esistenza in grande povertà e con un forte desiderio di rivalsa e di riscatto sociale.

Il suo sogno fin da bambina era quello di diventare attrice. A 15 anni lasciò l’angusta terra natìa per trasferirsi nella capitale e assecondare i suoi desideri.

All’inizio non ottenne molti ruoli e non si affermò mai davvero come attrice di successo. Nonostante ciò, coloro che la conobbero in quel periodo la ricordarono sempre come una donna magra, debole, ma con una grande passione, allegria, vivacità e carisma. Quella passione che aveva dentro di sé, in nuce, sarebbe stata la cifra della sua vita, il motore del riscatto sociale che per il momento tardava ad arrivare.

La svolta avvenne con l’inizio della carriera radiofonica, quando cominciò a recitare in radiodrammi e in opere teatrali di argomento storico. La sua voce era decisa, forte; il suo obiettivo era arrivare a Hollywood e recitare a fianco dei grandi divi del tempo.

Mentre la popolarità di Eva cresceva, si faceva largo sullo scenario politico l’ambizioso colonnello Juan Domingo Perón. L’Argentina dei primi anni ’40 era un Paese politicamente corrotto, fondato sul nepotismo e sui brogli elettorali: il decennio 1933-1943 viene ricordato come “la decade infame”.

Nel 1944 Perón era ministro del Lavoro e della Guerra e viceministro del governo Farrell. Conobbe per un caso fortuito Eva durante un evento di raccolta fondi in seguito al terremoto che aveva distrutto la città di San Juan. Numerosi film e persino il celeberrimo musical scritto da Tim Rice e Andrew Lloyd Webber romanzano questo incontro, mostrandoci l’inizio dell’amore e del sodalizio politico di Eva e Perón.

Non sappiamo se tra i due fu effettivamente amore a prima vista come ci ha mostrato il grande schermo, ma di sicuro ebbero subito una particolare intesa; una domanda che storici e appassionati della biografia di Evita si sono sempre posti è se sia stata lei a servirsi di Perón per il suo riscatto sociale, per emergere dallo status di attrice di modesta fama in direzione di quello più prestigioso di figura politica, o se invece sia stato Perón a servirsi di Eva, dato che ella divenne ben presto “la voce del popolo” e dunque prezioso collante con esso.

A conti fatti entrambe le ipotesi corrispondono a verità, dato che pare impossibile immaginare il successo dell’uno senza il prezioso contributo dell’altro.

Sta di fatto che dopo l’incontro con Perón, l’ambizione di Evita si rivolse verso altre mete: accantonò la sua carriera di attrice per dedicarsi alla campagna elettorale del marito, divenendo così una figura chiave per la sua azione politica e per la propaganda di partito.

Il 24 febbraio 1946 Juan Domingo Perón venne eletto presidente della Repubblica argentina con il 52% dei consensi.

Nel 1947 fondò il Partito unico della rivoluzione, che venne chiamato Partito Peronista, conosciuto anche come partito “giustizialista”, il cui principale obiettivo era la difesa dei lavoratori in forte sintonia con i sindacati e con la classe operaia.

Il partito peronista è nei fatti un movimento politico sincretico, talora definito populista, che unisce il socialismo, il patriottismo, la terza via economica del fascismo italiano (Perón era ammiratore dichiarato di Mussolini) e il socialismo nazionale.

Da quel momento in poi, Eva sfruttò le sue competenze di attrice e soprattutto di speaker radiofonico per trasmettere al popolo messaggi di speranza.

Nei suoi discorsi faceva leva proprio sulle sue origini, quasi a voler dire all’Argentina intera “Io sono come voi, sono una donna del popolo. So da dove provengo e dove sono arrivata. Se io ho costruito la mia fortuna partendo da zero, allora potete farlo anche voi. E potete farlo perché il presidente Juan Perón è dalla vostra parte, si prende a cuore le sofferenze del suo popolo, si rimbocca le maniche per offrire a tutti nuove opportunità”.

Eva durante un comizio elettorale, 1951

La retorica di Evita funziona.

I suoi discorsi patriottici infiammano l’animo dei “descamisados”, gli scamiciati, ossia quella parte poverissima della società argentina che ambiva a migliorare le proprie condizioni.

Come first lady, si batté per i poveri, per i diseredati, per i più fragili; si scagliò contro l’oligarchia anglofila argentina che faceva gli interessi degli americani; intuì che solo coinvolgendo le donne in politica si poteva rinsaldare la fiducia del popolo nei confronti di Perón (del resto quelli erano gli anni in cui in Europa le donne stavano ottenendo in molti paesi il diritto di voto); reputava necessario rivedere il diritto di famiglia e disciplinare i rapporti uomo-donna secondo equità.

Il suo campo di battaglia prediletto fu infatti quello dell’uguaglianza di genere: il 26 luglio del 1949 fondò il Partito Peronista Femminista.

Iniziò a porsi come intermediaria tra le richieste dei lavoratori e Perón, tanto che questi le assegnò un posto all’interno della Segreteria del Lavoro. Innumerevoli visite a scuole, fabbriche, ospedali, sindacati, club sportivi e culturali e varie opere di carità le valsero ben presto l’amore incondizionato del popolo, o almeno di gran parte di esso.

Si può dire che ebbe inizio un processo di progressiva identificazione tra Evita, il “capo carismatico”, e la comunità nazionale; un po’ come era avvenuto per Mussolini, per Hitler, per Stalin, tutte “grandi personalità” soggette ad un vero e proprio culto da parte del popolo che vede nel corpo, nella fisicità del capo un simbolo da venerare; era un tratto tipico delle dittature, anche se ovviamente – vale la pena specificare – quello peronista non fu mai un regime dittatoriale.

Eva, per gli argentini, era ella stessa personificazione dell’Argentina. «Sono il ponte che collega Perón con il popolo. Attraversatemi!» , disse in occasione del suo Tour in Europa, in cui fece visita alle maggiori potenze del continente (tra cui il controverso incontro con il generale Francisco Franco, capo del regime dittatoriale spagnolo).

Nel 1948 creò la Fondazione Eva Perón che prevedeva una vasta gamma di attività sociali rivolte alle classi più povere della popolazione, finalizzate a migliorare la vita di bambini, anziani, ragazze madri ecc. Gli argentini iniziarono a chiamarla “santa Evita”.

Come è evidente, Perón trasse enorme giovamento dall’attività politica della moglie, prezioso collante con il popolo e soprattutto con le donne argentine. In vista delle elezioni del 1951, più di duecento sindacalisti si riunirono davanti al balcone di Casa Rosada chiedendo a gran voce la candidatura di Perón a presidente e quella di Evita a vicepresidente.

La donna rispose alla richiesta alcuni giorni dopo, presentando con questa formula la sua rinuncia:

«Ho solo un’ambizione personale: che il giorno in cui si scriverà il capitolo meraviglioso della storia di Perón, di me si dica questo: c’era, al fianco di Perón, una donna che si era dedicata a trasmettergli le speranze del popolo. Di questa donna si sa soltanto che il popolo la chiamava con amore: Evita».

Solo la malattia – un tumore all’utero – riuscì a piegare la forza (fisica, non quella morale) di questa donna straordinaria. Nel giorno del suo 33esimo compleanno, Il 7 maggio 1952, il rieletto presidente Perón nominò sua moglie «Leader spirituale della Nazione argentina», onorificenza concessa formalmente dalla Camera dei deputati.

“Tornerò e sarò milioni”, assicurò Eva ai suoi “queridos descamisados” prima di morire il 26 luglio, accompagnata nel suo ultimo viaggio da due milioni di argentini presenti al corteo funebre.

Il suo corpo venne mummificato da Pedro Ara, che prese parte anche al processo per l’imbalsamazione della salma di Lenin, ed esposto per diversi anni alla Segreteria del Lavoro; in seguito esso venne trafugato e, dopo varie vicissitudini, traslato al Cimitero della Recoleta, dove oggi riposa nella cappella di famiglia.

La fama di cui godette già in vita la trasformò in un vero e proprio mito, complice il fatto di aver avuto una personalità carismatica, di essere morta giovane e peraltro alla stessa età di Gesù Cristo, circostanza emblematica che rafforzò la credenza popolare nella “santità” di Eva Perón.

Nonostante sia un personaggio senz’altro controverso, non privo certo di ombre e zone oscure nella sua vita, la favola di Evita è quella di una donna che con le sue sole forze costruisce un mito di bellezza, potere e carisma.

Resta famosa per la sua retorica nazionalista, i suoi discorsi infuocati, non meno che per i suoi abiti sfarzosi e di lusso, i suoi costosissimi gioielli, le sue acconciature alla moda. Una vera e propria icona per la sinistra peronista, invisa per le sue idee all’alta società argentina anglofila.

Simbolo dell’impegno sociale a favore dei più deboli, mito ancora oggi custodito con grande devozione, per alcuni; immagine dissacrante di parvenue e donna senza scrupoli asservita al potere, per altri.

Come disse lei stessa in un’intervista, “Non potevano perdonare ad una giovane donna di aver avuto successo”.

Maria Teresa Beritelli

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