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Covid-19 Società e Attualità

Quali sono le dinamiche dei No-Vax? I bias cognitivi e l’impatto sulla sicurezza in periodo di pandemia

Le evidenze scientifiche dimostrano come le vaccinazioni siano gli strumenti di prevenzione più potenti ed efficaci che la medicina abbia mai messo a disposizione: questi hanno permesso di salvare milioni di vite, riducendo significativamente l’incidenza di moltissime malattie infettive (ad esempio morbillo, rosolia, meningite) e sradicandone altre un tempo molto diffuse, come il vaiolo.
Ad oggi, a distanza di un anno dall’inizio della pandemia provocata dal virus SARS-CoV-2, i vaccini tanto attesi sono finalmente somministrabili e l’obiettivo di questi, nel caso specifico, è quello di indurre l’immunità acquisita contro il nuovo coronavirus, responsabile della malattia da COVID-19.
In molti, tuttavia, si mostrano riluttanti e diffidenti, spesso nutrendo timori sulle ipotetiche conseguenze della somministrazione, ignorando così i rischi reali presenti nel caso in cui si contragga la malattia, oppure portando avanti false credenze di stampo complottistico che si alimentano attraverso la circolazione di fake news, come l’idea che i vaccini possano portare allo sviluppo di autismo o che questi siano in qualche illogico modo collegati alle connessioni 5G.

Ma cosa spinge i cosiddetti No-Vax ad affidarsi a convinzioni disparate anziché alle evidenze scientifiche? Quali dinamiche mentali imperano sulle loro prese di posizione?

Il sistema cognitivo umano si adatta e risponde alle situazioni ed alle richieste dell’ambiente esterno sviluppando diverse strategie di ragionamento e decisione, alcune rapide ed efficaci, come le euristiche, altre soggette ad errori di valutazione, come i bias cognitivi.
Le euristiche sono dei procedimenti intuitivi e rapidi, delle scorciatoie mentali estrapolate dalla realtà che ci permettono di costruire un’idea su un dato argomento e di giungere velocemente ad una conclusione, avendo dunque una funzione adattiva.
I bias cognitivi, invece, altro non sono che delle euristiche inefficaci, ovvero dei costrutti non corretti poiché non fondati su dati di realtà, bensì su percezioni errate, ideologie e pregiudizi: questi creano degli schemi mentali maladattivi che inducono a valutare situazioni o comportamenti mancando di oggettività nel giudizio critico.

Gli studi sui bias cognitivi vennero condotti agli inizi degli anni ’70 dagli psicologi Kahneman e Tversky, i quali cercarono di comprendere in che modo la mente umana maturasse decisioni in circostanze caratterizzate da ambiguità, incertezza o scarsità di risorse disponibili.

Nel contesto del COVID-19 ed in una società tecnologica e complessa come la nostra, alcuni bias possono aver influenzato i nostri comportamenti inducendoci a commettere anche gravi errori, come atteggiamenti di minimizzazione verso la diffusione del contagio e dubbi nei confronti dell’affidabilità del vaccino.

Quando nel corso del Novecento molte malattie infettive minacciarono l’incolumità di tutte le classi sociali, i vaccini vennero visti come miracolosi e nessuno pensò mai di condannarli o rifiutarli. Come mai? La popolazione possedeva conoscenze specifiche sulla loro efficacia? No, semplicemente il ricordo vivo di quelle terribili malattie manteneva alta la percezione del rischio delle conseguenze del non vaccinarsi e questa venne alimentata dal bias della disponibilità, ovvero la tendenza a stimare la probabilità di un evento sulla base della vividezza e dell’impatto emotivo di un ricordo, piuttosto che sulla probabilità oggettiva. Inoltre, siccome tutti quanti si vaccinavano, si riteneva che fosse una cosa giusta, effetto dato dal bias della riprova sociale: nel dubbio, tendiamo a comportarci come gli altri attorno a noi.

Tuttavia, con il passare degli anni ed il ricordo sbiadito delle emergenze sanitarie, si fecero strada nuovi ideali e nuove (dis)informazioni, come ad esempio l’annuncio di Wakefield (poi, ovviamente, smentito) sul fatto che il vaccino trivalente causasse autismo: da qui, molti genitori smisero di vaccinare i propri bambini, questo perché la paura si presenta con grande facilità, soprattutto se ci troviamo davanti ad un pericolo nuovo, non ben compreso e facile da visualizzare, così come sta accadendo in questo periodo di instabilità ed incertezza.
Così come allora ed ancora oggi, il bias di omissione è presente e forte: vaccinarsi o non vaccinarsi? In casi di incertezza, la nostra mente ci spinge a non agire anziché ad agire, preferendo che un danno si verifichi per la mancanza di un’azione piuttosto che per conseguenze di azioni intraprese personalmente.

A complicare ulteriormente le cose è uno tra i bias più potenti, quello della conferma, il quale consiste nel cercare e credere solo a quelle informazioni che confermano una nostra convinzione, rifiutando e non credendo a quelle che invece la possono smentire. Gli algoritmi che selezionano per noi le informazioni sui social media rinforzano ulteriormente questo e rinchiudono moltissimi in una “bolla” nella quale trovano soltanto post di persone o organizzazioni contrarie alle vaccinazioni, consolidando le proprie ideologie.
Avere libero accesso alle informazioni attraverso piattaforme internet da un lato si mostra vantaggioso, consentendo a tutti quanti di poter conoscere un argomento in modo rapido ed efficace, dall’altro è invece svantaggioso in quanto molti si sentono autorizzati ad ergersi ad esperti in un determinato settore, pensando di saperne addirittura più degli scienziati, senza comprendere di essere in realtà vittime dell’effetto Dunning-Krueger, un bias, presente oggi più che mai, che ci porta a sovrastimare le nostre competenze in un ambito, anche se queste sono in realtà scarse e limitate.

Nel momento in cui questi soggetti si scontrano con l’oggettualità dei fatti, entra in gioco la conflittualità tra la realtà e le percezioni soggettive, un fenomeno di dissonanza cognitiva: è proprio questa che sta alla base della riluttanza ad ammettere i propri errori anche dinanzi ad evidenze scientifiche che, in questo caso, possono salvarci la vita, a partire dai dispositivi di protezione individuale, come le mascherine, finendo con i vaccini.
Tali individui sono quindi in grado di costruire una spiegazione verosimile che giustifichi la propria convinzione, anche se insostenibile ed irreale; anzi, in molti casi “sbattere la faccia” con la realtà si rivela addirittura controproducente per via dell’effetto backfire, un’apparente impossibilità nel correggere convinzioni errate, il quale spinge a rafforzarle anche in presenza di evidenze contrarie, fino ad immaginare l’esistenza di fantomatici complotti fra case farmaceutiche, scienziati, medici e autorità sanitarie di tutto il mondo.

Questo virus ci sta ponendo dinanzi tante difficoltà e mai come in questo frangente la disponibilità di un vaccino efficace rappresenta uno spiraglio di luce. La sfida sta nel non cristallizzarsi su un’ideologia, bensì mostrarsi aperti e flessibili a più prospettive, informarsi attraverso fonti attendibili e non dimenticare l’esistenza dei bias cognitivi, i quali possono accecare il nostro senso critico. Soltanto una profonda consapevolezza di questo ci potrà proteggere.
Non abbassiamo la guardia, il ritorno alla serenità sarà possibile soltanto attraverso condotte idonee e rispettose della collettività.

Sarah Cavallaro

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