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Un fischietto in rosa: l’evoluzione dell’arbitro donna

Il mondo dello sport, in particolare quello calcistico, è in continua evoluzione. Le novità non riguardano solo i regolamenti, ma anche una componente base dello sport più in generale: l’arbitraggio. Nell’universo prettamente calcistico abbiamo avuto la possibilità di ammirare tanti arbitri, alcuni dei quali entrati nella storia: tra tutti spicca Pierluigi Collina, orgoglio dell’arbitraggio italiano e premiato dalla Federazione Internazionale di Storia e Statistica del Calcio (IFFHS) miglior arbitro dell’anno per ben sei volte.

Tradizione vuole che le gare calcistiche siano dirette da una classe arbitrale principalmente maschile, ma storia ed innovazione affermano il contrario: una delle svolte più importanti avviene infatti il 2 dicembre 2020, data in cui, a Torino, si gioca Juventus – Dinamo Kiev. Per la prima volta una gara della massima competizione europea (La Champions League) è assegnata ad un arbitro donna, la francese Stéphanie Frappart. Ciò che sembra rappresentare una novità assoluta non è solo il risultato di un processo evolutivo del ruolo della donna nell’arbitraggio, ma un punto di partenza per l’introduzione di nuove direttrici di gara nei massimi campionati europei e non solo. Bisogna però chiedersi: perché queste svolte arrivano “solo” nel 2020 se il calcio è uno sport ultracentenario?

Per rispondere a tale domanda è necessario individuare alcuni precedenti che “giustifichino” tale ritardo e tale fatica: il primo è quello di Elena Proietti, arbitro donna che nel 2014 è stata picchiata durante un incontro di Prima Categoria; tale aggressione le ha causato la cecità dell’occhio destro e la sordità all’orecchio destro. Questo orribile episodio ha incoraggiato Elena ad intraprendere una campagna di sensibilizzazione contro la violenza sugli arbitri, criticando in diretta TV persino l’AIA (Associazione Italiana Arbitri), rea di non aver prestato la giusta attenzione all’episodio e di non aver garantito sufficiente tutela. Nonostante le sue buone intenzioni l’AIA ha scelto, non molto tempo dopo, di ritirarle la tessera arbitrale a causa delle sue dichiarazioni.

Un altro episodio simile e significativo è quello di Rosa Grotta, 23enne arbitro donna dell’Associazione Italiana Arbitri di Calcio Amatoriale (Aiacam): nel suo caso è bastato un cartellino rosso per scatenare la furia di una delle due squadre, i cui giocatori hanno accerchiato ed insultato Rosa. Uno di loro non si è limitato ad inveire contro il giovane arbitro, ma è andato oltre, sputandole in faccia e sferrandole un pugno, prontamente parato, che le ha però causato danni alla mano e una prognosi di venti giorni. “Vai a lavare i piatti che è l’unica cosa che voi donne sapete fare”, le accuse pesantissime del calciatore, i cui atteggiamenti antisportivi contestati ricadono sul penale.

Infine, l’episodio forse più emblematico, seppur quello meno “aggressivo” (fisicamente), è quello di Annalisa Moccia, designata guardalinee per una gara del campionato di Eccellenza, che è stata definita “uno schifo” e “una cosa impresentabile in un campo di calcio” da un telecronista di nome Sergio Vessicchio, il quale ha successivamente ribadito e confermato il suo pensiero senza pentirsene.

Quello della violenza sugli arbitri è una problematica importante ma questi tre episodi, in particolar modo l’ultimo, hanno un importante fattore comune: la base delle aggressioni è a sfondo sessista, come confermato dalle giovani vittime. Riavvolgiamo il nastro, torniamo al punto di partenza: la Frappart è il primo arbitro donna a dirigere una gara di Champions League. Si, possiamo gridarlo, se ci guardiamo dietro è sicuramente un traguardo. Ma non può essere solo quello. Deve essere ancor di più un punto di partenza che possa stimolare le giovani donne ad entrare nei campi di calcio, senza la paura di essere “trattate” diversamente. L’inizio di un mondo arbitrale in cui non ci siano distinzioni tra uomo e donna, dove ognuno possa inseguire e raggiungere i propri obbiettivi indistintamente dal proprio sesso. L’invito è questo: dare ad ognuno le stesse possibilità per dimostrare che chiunque, con impegno, dedizione e talento, può arbitrare ad alti livelli. Sempre con l’auspicio che l’AIA e le altre associazioni arbitrali possano mantenere una linea integra e coesa verso la totale integrazione nei maggiori campionati europei dei nostri fischietti in rosa.

Alberto Geraci

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