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Il favoloso infinito leopardiano nella traduzione cinematografica di Mario Martone

Un nome fra i grandi della letteratura di tutte le epoche, tradotto oltralpe pur restando fortemente ancorato alla sua “patria Italia”: Leopardi.

Come per ogni classico autore imperituro che si rispetti, molte le biografie a lui dedicate, verosimili, romanzate, spesso edulcorate di un fin troppo estremizzato senso del dolore fisico e non e, di converso, di una patina critica tendente ad una limitante categoria ideologica del più semplicistico “ pessimismo “.

Eccezione alla regola di una troppa abusata pedissequità, Martone riesce, quasi gestendo un immaginario incontro tête-à-tête con tutta la poetica leopardiana, a mettere su prosa cinematografica le travagliate vicissitudini che tanto rendono Leopardi il cultore per eccellenza del “guazzabuglio del cuore umano”.

E’ il 2014: nelle sale cinematografiche debutta  “Il giovane favoloso”, originale estro d’autore che di lì a poco avrebbe dato il via alle più disparate critiche le quali, il più delle volte, inefficienti nel cogliere l’essenza principale della pellicola poiché troppo incentrate in diatribe logistiche – quali la verosimiglianza storica nella resa cinematografica – di poco conto, mettendo in sordina le reali intenzioni del regista.

In questa sede si prenderanno come campioni di riferimento alcune sequenze narrative del film intese nella loro complessità, senza troppo eccedere in commenti stilistici, estraendo momenti lirici ritenuti salienti dell’intero iter leopardiano da un punto di vista critico-filologico tradotti nella performance filmica.

La pellicola instaura da subito con lo spettatore pieno coinvolgimento emotivo: la capacità d’immedesimazione raggiunge vette di straordinaria caratura emotiva grazie alla sapiente recitazione di Elio Germano, che non eccede nel patetico e calibra le più meticolose gestualità alla ricerca di uno sperato e disperato incontro, quasi viscerale, con i testi dal Leopardi tanto amati. Un incontro fisico e mentale, frutto del piacere per antonomasia che nelle sequenze del film lascia grande spazio a sfondi paesaggistici in cui è forte la componente naturale, colta nella sua essenza primitiva, dove il poeta si trova seduto ed immerso, il tutto magistralmente condotto da impercettibili movimenti di cinepresa esaltati dalla coinvolgente colonna sonora di matrice classica.

“ Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”
Scena del film: componimento della poesia “La sera del dì di festa”

Posizione incipitaria ne “L’infinito” è occupata dall’avverbio  “sempre”, simbolo della continuità temporale che evoca un forte sentimento di quotidianità definito dal successivo “caro”, il cui forte valore visivo è affidato ai deittici “questo” e “questa” che regalano immediata sensazione contemplativa di un orizzonte forse immaginario, forse del cuore,  l’estremo “ultimo orizzonte” , come quello che il poeta riesce a vedere oltre le case dalla  sua finestra, luogo prediletto dell’altrove, con gli occhi dell’immaginazione poetica, durante il componimento de “La sera del dì di festa” , inebriandosi di un rapimento estatico di un’indicibile visione vagheggiata dall’indefinito sintagma “tanta parte”.

“Ma, sedendo e mirando, interminati
spazi di lá da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura.”  
Scena del film, recita de “L’infinito”

L’avversativa “ma”, particella congiuntiva e significante dell’oscillazione tra il precedente piano empirico, quello descritto dall’ermo colle, che ora incontra il piano tutto spirituale, introducendo chi ascolta nel presente godimento dei sensi, in fieri, ben enfatizzato dai gerundi “ sedendo e mirando “, in cui gli aggettivi incalzano, si sublimano, si fanno più alti “sovrumani”, come la “profondissima “ quiete, dove il riverbero semantico del silenzio si trova nelle varianti “silenzi” e la più momentanea ma non per questo meno rilevante “quiete” e nell’aggettivazione “aperta” e infinita del silenzio, offerta dagli attributi “interminati” e “sovrumani”. Poi ancora l’atto creativo per antonomasia, il “fingersi” nel pensier, l’immedesimarsi al punto tale che il cor non si “spauri” verbo di grande effetto fono-simbolico, stando ad indicare una catabasi nel grande gioco dei sensi fallaci.

“ E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno “
 Nel film, Leopardi che osserva le rovine di Pompei.

La comparazione col passato di quella natura ancora vista nella sua atarattica imperturbabilità, uno “stormire” tra piante, verbo di forte valore onomatopeico, stormire che si fa voce, si personifica in “questa voce” che il poeta avverte come ente quasi tangibile, voce che “vo comparando” quasi a parcellizzare, a centellinare, a scrutarne meticolosamente le differenze più recondite laddove ve ne siano: poi il nulla, “l’eterno” che sovviene, un’epifanica manifestazione d’ascesi votiva del proprio sentire.

“ e le morte stagioni, e la presente  
 e viva, e il suon di lei. “  
Gli incontri con la natura nella prima giovinezza del poeta.

Polisindeto e asindeto si mischiano insieme, la congiunzione “e” giustappone e oppone  le ossimoriche fasi della vita di morte e  divenire , ove l’attributo “morte” ne risalta la caducità, mentre “presente” e il successivo “viva”  ne rimarcano il flusso presente, il tutto seguendo una sottesa costruzione chiastica, procedendo per parallelismi e indefinite analogie che lasciano sospeso, come il poeta sedotto dall’irresistibile forza  della natura, l’animo di chi si appresta alla contemplazione della “natura benigna”.

“Cosí tra questa
immensitá s’annega il pensier mio;
e il naufragar m’è dolce in questo mare.”
 Leopardi intento nella contemplazione celeste a Napoli durante  il componimento de “La ginestra”.

Il ritorno alle origini: il “mare”, forse anche vagheggiato e immerso nella contemplazione della volta celeste più volte scrutata dal poeta, con un sentimento quasi di nostalgica rassegnazione a quello che è un “secol superbo e sciocco” delle troppo decantate “magnifiche sorti e progressive” che il poeta vede “dipinte in queste rive”, in questi luoghi da egli spesso e sempre osservati a lungo.  Il “mare” è qui declinato nelle varianti semantiche quali “ immensità”, “annega”, “naufragar”, quasi in un compiaciuto andamento climatico a maglie larghe,  ove il pensiero è colui che governa il naufragio nel mare magnum dell’indistinto. Infine, a rimanere è il gusto più bello, il “dolce” dei ben conosciuti “giorni amari”, dove ha notevole spicco la componente tutta sensuale e sensoriale del poema.

Definire il canto a carattere di pretesa universale é enfatizzare o legittimare un che di paternale e forse megalomane sul volgo tanto osannato ma continuamente analizzato dal poeta.

 Leopardi, nonostante l’ampio respiro poetico, non voleva ciò: egli desiderava sì, parlare al volgo, all’opra umana, alla donzelletta, a Silvia, al vecchierel bianco e infermo, alla luna, allo sterminator vesevo,  ma voleva ancor di più vagheggiare nell’indefinito, senza arrogarsi vanto alcuno.

Così, sulla stesso afflato poetico del Leopardi, Martone si ispira per dare alla luce quello che, secondo l’opinione di chi scrive, è uno dei lasciti cinematografici biografici più riusciti del secolo presente, un ritratto fedele e a tutto tondo di uno dei più grandi poeti dell’Ottocento, conturbante nella scrittura così come nella vita.

Sarah Pistarà

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