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Cultura

La masseria delle allodole

Affinché i vecchi non dimentichino e i giovani possano valutare rettamente” Didò Sotiriu (dalla prefazione alla prima edizione del romanzo “Addio Anatolia”)

Car* lettore/lettrice, probabilmente il titolo ti ha incuriosito o forse ti è apparso noioso. Nel primo caso, ho a disposizione queste prime righe per attirare la tua attenzione e invogliarti a continuare la lettura; nel secondo, avrai già scorso il feed quindi non ho molto altro da fare.

Per tutt* coloro che hanno avuto il coraggio di continuare, ho un avviso: questa non è una storia semplice. È fatta di eventi, di dolore, di morte e di rinascita. Non appena concluderete la lettura, vi invito a chiudere gli occhi e a piantare nel vostro animo un po’ di terra per far sbocciare le bellissime “rose di maggio” di cui voglio parlarvi oggi. Le parole hanno il potere di distruggere e di salvare. Sta a noi decidere se trasformarle in lame o in ancore.

Iniziamo il nostro viaggio in un terra controversa, discussa e poco conosciuta, la Turchia del XX secolo. I libri di storia contemporanea non sempre si soffermano su un evento cruciale e micidiale che ha visto il Medio Oriente protagonista proprio tra fine ‘800 e inizio ‘900: il genocidio degli Armeni. Ai già indicibili orrori della I Guerra Mondiale si è unita infatti la silenziosa disfatta di un popolo che ostacolava gli interessi delle grandi Nazioni. Interessi, sì, termine indissolubilmente legato allo scoppio delle guerre di ogni tipo e di ogni epoca.

Uno dei romanzi che racconta le sofferenze del popolo armeno ha questo titolo curioso, “La masseria delle allodole”, di Antonia Arslan. Il cognome originario della famiglia al centro della vicenda narrata era in realtà Arslanian, ma quel suffisso era di troppo, cucire sulla pelle dei propri discendenti un’evidente prova di “armenicità” (mi si consenta il termine) non era ammissibile. Così Antonia, voce narrante cresciuta fortunatamente in Italia, vive lontana anche simbolicamente dalle proprie radici. E tuttavia non può tacere la storia di quello che resta comunque il suo popolo: nasce dunque questo libro, che ha anche un sequel, “La strada di Smirne”.

I due capitoli che lo compongono recano il nome di due dei protagonisti, Sempad e Shushanig, membri di una famiglia rispettabile e benestante. Il denaro è un elemento fondante, perché quando il freddo e calcolato piano di sterminare una razza considerata inferiore (notate qualche eco?) diventa esecutivo, si cerca di sopravvivere un giorno in più con il pagamento di laute ricompense. Torna la parola “interesse”, triste fil rouge tra presente e passato, tra piani temporali diversi che si intrecciano di continuo.

Un primo sterminio del popolo armeno era avvenuta a opera del Sultano Rosso, come è definito nel romanzo, negli anni 1894-96. Rosso come il sangue che viene versato e che scorre in ogni pagina del romanzo. Arslan non risparmia la crudeltà, l’efferatezza delle descrizioni. Perché? Forse perché siamo sordi e ciechi. Sappiamo e fingiamo di non sapere. Oppure non sappiamo nulla. Meno di 30 anni dopo, un altro sterminio, un’altra “razza inferiore” colpevole di intelligenza e laboriosità da annientare. E non è stato evitato. Altro sangue ha proseguito il suo folle percorso tra pagine e corpi. La strage armena è stata addirittura considerata come un’atroce prova generale della Shoah.

In questo clima di distruzione, ecco che si ergono maestose le rose di maggio sopra menzionate: Shushanig, Veron, Azniv, Ismene, Henriette. Gli uomini si erano rifugiati alla Masseria delle Allodole, la residenza di campagna della famiglia Arslanian; casa dovrebbe essere protezione, riparo dal mondo esterno. Eppure non è stato così. Alle donne armene non è rimasto altro che assumere sulle loro spalle ogni responsabilità e lottare, lottare soprattutto per i più piccoli. Inizia il loro fantomatico percorso verso Aleppo. La metà finale era in realtà il deserto con le fosse create dall’Eufrate, per chi riusciva a sopravvivere al viaggio, si intende. Morte che conduce a morte. E in mezzo l’amore a cui ci si appiglia per vivere ancora, un altro giorno, solo uno.

C’è chi sostiene che la storia sia ciclica, chi dice che è una linea. Personalmente non ho un’idea. So solo che possiamo evitare altre fosse eufratiche.

Luisa Piazza

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