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“Occhi negli occhi”, l’amore finito nell’opera di Munch

Consiglio d’ascolto durante la lettura: “Trouble” dei Coldplay.
L’espressionismo è un movimento artistico che si sviluppa agli inizi del ‘900, basato sulla libera e forte espressione individuale. I quadri espressionisti sono proiezione di sentimentalismi: la realtà viene rappresentata in maniera soggettiva.

Per gli espressionisti la tela è lo specchio dell’anima.
L’artista porta lo spettatore a coinvolgersi con immediatezza e ciò che egli vede provoca in lui una reazione psicologica, un momento di confronto e di conforto.
Uso questi due termini perché cos’è l’artista, l’arte in sé, se non una consolazione e un momento di confronto? L’arte rende oggettivo il dolore, diceva Schopenhauer, ed è un mezzo per alleggerire il nostro carico di drammi.

Uno dei maggiori esponenti dell’Espressionismo è il norvegese Edvard Munch.
Con l’opera “Il fregio della Vita”, esposto a Berlino nel 1892, diede le basi per un’arte nuova, il cui scopo non era più replicare il mondo esterno in maniera oggettiva come nell’impressionismo, ma scoprire l’interiorità
umana.

Famoso per i toni cupi, per il senso di vuoto che riesce a trasmettere, per la tristezza e la desolazione immediata, Munch non è solo “L’urlo”.
Tra le opere meno conosciute di Munch abbiamo “Occhi negli occhi” del 1894, un capolavoro angosciante.


Il quadro parla di un amore finito, una tela in cui ogni dettaglio ha un intimo significato: una coppia, due persone che si amavano, un amore che è morto.

Notiamo un uomo e una donna, disposti l’uno di fronte all’altro. Cosa vediamo? Degli occhi e delle bocche mancanti, due occhi che non si
guardano, due bocche che non si parlano, perché chi non si ama più non ha più niente da condividere.

Paradossalmente l’opera si chiama “Occhi negli occhi”, ma questi mancano… perché?
Perché due persone che non si amano più, si percepiscono ma non si guardano. Due occhi che adesso sono vuoti. I due corpi sembrano due cadaveri, avvolti dal nero del sottosuolo; il
richiamo continuo è la fine.

A dividere la tela in maniera perfettamente simmetrica vi è un albero,simbolo della vita. Un albero che divide questo sguardo assente, un
albero che allude alla separazione di due destini.
In alto a sinistra troviamo una casa: seppur in apparenza casuale, è lì per alludere al desiderio di stabilità. Una casa, un amore solido, una famiglia, delle certezze… qualcosa a cui sicuramente aspiravano questi due amanti.

Munch, con quest’opera ci porta ad una riflessione paralizzante sulla peggior paura degli innamorati; come diceva Samuel Taylor Coleridge, “incontrarsi, conoscersi, amarsi e poi separarsi è la storia triste di tanti cuori”.

Irene Serra

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