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Il 1° dicembre 1970 in Italia il divorzio diventa LEGGE

Porta il numero 898 la legge sul divorzio introdotta in Italia ben 50 anni fa, il 1° dicembre 1970, nonostante l’opposizione della Democrazia Cristiana, l’allora partito di maggioranza al governo.

Loris Fortuna nel 1965 presenta un progetto di Legge sui Casi di scioglimento del matrimonio. Egli sottolinea che l’Italia è l’unico paese europeo e fra i pochi al mondo a non riconoscere legalmente il divorzio; un paese, dunque, in cui lo scioglimento del matrimonio per cause diverse dalla morte del coniuge non è neppure considerato. Perfino lo Stato del Vaticano ammetteva il “divorzio” in ben due casi, tra cui la concessione per privilegio paolino, accordato quando fra due persone non battezzate una delle due, convertitasi alla fede cattolica, manifesti esplicita volontà di contrarre nuove nozze con una persona di fede cattolica.

Il progetto di Legge Fortuna prevede lo scioglimento del matrimonio in cinque casi specifici, come la condanna con sentenza definitiva di uno dei due coniugi all’ergastolo o a pene detentive per reati sessuali o per sfruttamento della prostituzione, e l’abbandono del tetto coniugale per un periodo ininterrotto non inferiore ai cinque anni. Il progetto prevede l’obbligo dell’assegno alimentare a favore del coniuge più debole economicamente. In concordanza con il Codice Civile, rimane l’obbligo di mantenere, educare, istruire i figli nati dal matrimonio sciolto.

Sia in Assemblea Costituente sia in Commissione di Giustizia, si avvia uno scontro sul principio di indissolubilità del matrimonio fra lo schieramento laico, che appoggia Fortuna, e i deputati cattolici che arrivano a denunciare il carattere sovversivo della legge, che avrebbe sconvolto l’assetto sociale e statale e avrebbe avuto drammatiche conseguenze sulla coscienza dei cittadini italiani.

Nel 1968 il liberale Baslini presenta un nuovo progetto di legge sul divorzio, entrando così a far parte del disegno legislativo precedentemente presentato, unendosi nella causa insieme a Fortuna.

La legge passa dapprima alla Camera, nella prima votazione del 1969 e poi al Senato, che vota nel 1970 un testo emendato con l’obbligo del tentativo di conciliazione, approvato con un margine di voti favorevoli davvero minimo. La Camera approva in via definitiva la legge Fortuna-Baslini (319 sì e 286 no) dopo cinque anni ed un iter parlamentare lungo, complicato e contrastato.

Ma possiamo subito constatare che, nella legge italiana, il divorzio è denominato “scioglimento del matrimonio”, e nel caso di matrimonio religioso “cessazione degli effetti civili del matrimonio”. Nell’intero testo la parola divorzio non compare mai, una scelta di rispetto o di cortesia verso gli avversari politici e la Chiesa? Il termine divorzio non viene accettato dai padri legislatori, forse per via del suo significato estremamente reale: sciogliere, separarsi, rivolgersi altrove, dal latino divertere.

Tuttavia, mancando l’unanimità nell’approvazione della legge ed essendo contrario il partito di maggioranza relativa, negli anni seguenti si organizzò un movimento politico sostenuto dai partiti contrari all’introduzione della legge, che arrivò a promuovere un referendum abrogativo, con l’obiettivo di far abolire la legge n. 898. Nel referendum sul divorzio, tenutosi nel 1974, la maggioranza si espresse per il mantenimento dell’istituto (un’ennesima rivincita contro l’ostruzionismo).

Una particolarità del sistema giuridico italiano però è che il divorzio non può essere ottenuto direttamente tramite il relativo procedimento giudiziario, ma deve essere preceduto da un periodo di separazione coniugale (in origine cinque anni, ridotti prima a tre anni e poi ad un anno, durante il 2015, in caso di separazione giudiziale, a sei mesi in caso di separazione consensuale). La legge ha voluto attribuire al procedimento una particolare solennità, con la comparizione dei coniugi all’udienza che deve tenersi davanti al presidente del Tribunale, ma dal 2014, per il divorzio su domanda congiunta, non è più necessario rivolgersi al tribunale. Il giudice accerta così che nella coppia non vi siano più le condizioni materiali e spirituali per la continuità del matrimonio.

Il costo della procedura giudiziaria è però spesso di ostacolo all’inizio del procedimento, tanto che molti coniugi mantengono lo stato di separazione pur essendo conviventi con un altro partner.

È da analizzare attentamente il contesto storico entro il quale la legge n.898 venne approvata. Gli eventi del ‘68 continuavano a spirare con forza sul nostro paese, grazie ad un movimento che aveva visto insieme studenti, operai e donne, il quale spingeva con forza verso cambiamenti socialmente radicali. L’approvazione del divorzio fu quasi un divorzio generale dalle obbligazioni finora imposte: le donne si sentirono finalmente libere dal marito, dalla suocera, da una situazione familiare che le opprimeva nel complesso. Venne messa in discussione l’autorità dell’uomo e del padre padrone, che la donna aveva dovuto da sempre tollerare senza poter aprir bocca e senza il potere di far valere le proprie giuste volontà, non essendo a loro riconosciuti gli stessi diritti.

Finalmente la persona veniva rappresentata da leggi con contenuti di libertà, dapprima strangolata perché si era voluto imporre a tutti gli italiani un obbligo relativo ad una questione esclusivamente privata come il matrimonio! Adesso veniva finalmente concessa la possibilità di scegliere.

Il divorzio immise nelle coscienze la possibilità di chiuderla con un rapporto. Quella che si celebra nelle aule parlamentari è una vera e propria rivoluzione, poiché dopo oltre un secolo venne cancellato un dogma, il potere di legiferare in materia matrimoniale. La donna nello Stato italiano acquisì un potere che fino a quel momento non era mai stato contemplato.

Quel 1° dicembre fu un giorno amaro per molti cattolici, una sconfitta per la democrazia cristiana, che imperterrita si appellava alla sacralità della famiglia e ai valori di amore, fedeltà e unione perpetua: “Il divorzio, oltre a segnare un’inversione di rotta del movimento politico italiano, incide profondamente e in modo negativo sul costume del nostro paese, questo lato della camera che ci ha visto in minoranza è una delle pagine più tristi della nostra storia politica”.

Di ben altra opinione, ovviamente, fu l’onorevole Loris Fortuna, che dopo anni di solitarie lotte parlamentari vedeva finalmente realizzato il sogno di una vita: “Il mio saluto commosso va a queste centinaia di migliaia di famiglie di fatto, ai fuorilegge del matrimonio, uomini, donne, bambini che oggi non potendo avere il cognome del padre si sentivano cittadini di seconda classe.”

La legge approvata nel 1970 aveva alle spalle una storia lunga ed intricata: basti dire che dai tempi dell’Unità d’Italia si contano almeno 11 proposte di legge sul divorzio, la prima nel 1878, tutte finite nel nulla, talvolta per precise scelte politiche.

La singolarità del processo di approvazione della legge sul divorzio fu che il paese si mobilitò attraverso un movimento che riguardava diritti civili ampi e fondamentali, grazie al quale avvenne una modernizzazione del paese. I cattolici reazionari erano presenti in tante altre realtà dell’Europa e del mondo, dunque la legittimazione del divorzio rappresentò una grande conquista, una battaglia per l’eguaglianza, l’apripista di un grande capitolo della storia, in cui ebbe finalmente importanza l’esigenza di una più libera società svincolata da certi riti del passato, in cui i diritti personali vennero finalmente presi in considerazione.

I principi contemplati dalla legge Fortuna-Baslini saranno modificati nel 2015, con l’introduzione del divorzio breve.

Le norme sul divorzio voltavano decisamente pagina rispetto ad una legislazione di epoca fascista, che addirittura perdonava fatti vergognosi ed ignobili commessi ai danni delle donne, a partire dal cosiddetto matrimonio riparatore in caso di violenza sessuale. Grande clamore suscitò nel 1966 il caso di Franca Viola, diciassettenne di Alcamo, che rapita e abusata per 8 giorni da un mafioso si era rifiutata di sposare l’aggressore. Fu la prima donna italiana ad opporsi ad una norma che di fatto legalizzava lo stupro. La giovane ragazza, dimostrando ulteriormente l’assurdità della suddetta legge e rimarcarcando la libertà che ogni essere umano doveva e dovrebbe giustamente possedere, si sposò dopo l’accaduto con l’uomo che realmente amava. Una poesia in dialetto su di lei recitava: “Di mafia non temesti, nessuno più ti deve molestare”.

Ilaria Dibenedetto

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