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Il Teatro dell’Assurdo: cosa resta dell’incomunicabilità?

Anni ’50. La scena mondiale esce a fatica da una guerra immane e si avvia verso un nuovo periodo di tensioni. Si fa fatica a credere, semplicemente perché non si sa più in cosa sperare; terminati i tempi delle grandi certezze rivelatesi grandi delusioni, si guarda in faccia la realtà con occhi vitrei e con la volontà di non ricadere negli stessi sbagli. E l’Arte non può che farsi compagna dell’uomo in questo percorso, perché ogni mutamento sociale, culturale, epistemologico passa attraverso il filtro della pittura, del cinema, del teatro, delle parole degli intellettuali.

Proprio nell’arco di tempo preso in considerazione, si afferma il cosiddetto Teatro dell’Assurdo che trova le sue punte di diamante in Eugene Ionesco, Samuel Beckett e Harold Pinter. I tre drammaturghi si mostrano animati dalla comune volontà di riflettere sull’esistenza e soprattutto di metterne in luce l’insensatezza. In un periodo di sfiducia, anche la parola perde il suo ruolo di guida: meglio tacere, perché di fronte all’orrore, alla morte, a prospettive non tanto rosee non si può far altro che restare attoniti e… Senza parole.

Incomunicabilità. Questa una delle parole-chiave. E probabilmente viviamo un costante dopoguerra, perché la mancanza di comunicazione è una delle peculiarità della nostra società, paradossalmente ricca di mezzi di contatto. La Digital Era offre la possibilità di porsi in relazione con tutti e al tempo stesso nega questa possibilità: è più facile esprimere un sentimento, positivo o negativo, attraverso un emoticon o una gif o in generale dietro a uno schermo piuttosto che a voce o faccia a faccia. Abbiamo paura delle parole e ci lasciamo affascinare da chi mostra un minimo di eloquenza pur nella vacuità dei contenuti.

Parlare non è più così scontato: regnano silenzi, si innalzano muri, si dichiarano guerre mediatiche con un tweet.

Beckett, Ionesco, Pinter, esprimevano il silenzio, lo rivestivano di dignità: la mancanza di parole urlava più della loro presenza; e soprattutto facevano tutto questo dinanzi a una platea intera.

Noi, invece, ci siamo chiusi in una torre d’avorio. Abbiamo tanto da dire, ma non dire nulla è più facile.

Luisa Piazza

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