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La dialettica oppositiva in Calvino: un viaggio fra finito e infinito

“Il non aver dormito non gli pesava, anzi gli dava come una innaturale lucidezza, un’eccitazione non più dei sensi ma dell’intelletto. Un muovere di vento, un ronzio, un odore d’alberi gli parevano cose di cui dovesse in qualche modo impossessarsi e godere; e non si riadattava a modi di gustare la bellezza più discreti“

Gli amori difficili, Italo Calvino

Abbandonata l’iniziale strada del neorealismo, Calvino si cimenta in quella che poi sarebbe stata la sua cifra stilistica di una scrittura cristallina, geometrica e definita: la narrazione del narrabile, tutto ciò che potesse essere in qualche modo (il suo) racchiuso o meglio definito, espresso nei termini più minuziosi e possibili ma non per questo i soli ed unici.

Non ascrivibile ad una categoria definita di scrittore, Calvino è alieno e al contempo consapevole di essere la sintesi vivente di ogni forma possibile di scrittura, che trova propriamente questa sua ragion d’essere in “ Se una notte d’inverno un viaggiatore”, meta romanzo per eccellenza nonché summa enciclopedica apparentemente abbozzata perché profondamente ragionata, ludibrio intellettuale d’autore, frutto di uomo d’editoria qual era Calvino, rappresenta appieno il desiderio conoscitivo per antonomasia, la Lettura con la L maiuscola.

Se “Se una notte d’inverno un viaggiatore” è certamente, anche dal titolo, viaggio in itinere di logos e pathos, di parola-forza conoscitiva e passione-desiderio come espediente letterario, narrativo e metanarrativo, l’indagine narrativa e quindi sociologica perché atta a mettere in evidenza la forma mentis di Calvino lettore e uomo si riverbera e continua, quasi a formare un mosaico di continua ricerca del sapere, in tutte le altre opere di cui “Palomar” è un esito pienamente felice di quanto detto.


“La strada che gli resta aperta è questa: si dedicherà d’ora in poi alla conoscenza di se stesso, esplorerà la propria geografia interiore, traccerà il diagramma dei moti del suo animo, ne ricaverà le formule e i teoremi, punterà il suo telescopio sulle orbite tracciate dal corso della sua vita anziché su quelle delle costellazioni. «Non possiamo conoscere nulla d’esterno a noi scavalcando noi stessi, – egli pensa ora, – l’universo è lo specchio in cui possiamo contemplare solo ciò che abbiamo imparato a conoscere in noi».”

Palomar, Italo Calvino

Ancora una volta è la tensione all’infinito dal finito protagonista dei giochi mentali di Calvino, la dialettica oppositiva tra essere e dover essere, l’esigenza quasi e forse un po’ sofferta, anche se cinica, di trovare e\o farsi uno spazio nel mondo, una telologia che dia senso ed ordine a tutte le cose.

Qui Palomar è alter ego dell’autore, cosmopolita cittadino del mondo, pura coscienza più che uomo abitudinario, indagatore di dinamiche universali a partire da semplici concetti, teorie astratte, congetture che trovano impiego nella decifrazione assidua e meticolosa del tutto anche in circostanze abituali, situazioni in apparenza improbabili perché troppo ordinarie, da cui in realtà si propagano e dipanano rette infinite, mirabili e mirabolanti riflessioni, dai tratti pindarici perché agglomerate branche di sapere disparate e giocosamente picaresche in quanto pensieri di un uomo che, secondo il proprio parere circoscritto in riflessioni d’ampia portata, vorrebbe esularsi, isolarsi ed evadere in un mondo in cui egli stesso è comunque consapevole di vivere, ma che detesta accettare nella sua monotona imperturbabilità.

“Palomar, non amandosi, ha sempre fatto in modo di non incontrarsi con se stesso faccia a faccia; è per questo che ha preferito rifugiarsi tra le galassie; ora capisce che è col trovare una pace interiore che doveva cominciare. L’universo forse può andar tranquillo per i fatti suoi; lui certamente no“.

E’ questa una delle tante chiavi di lettura del romanzo-saggio, di questo libello dai tratti autobiografici e sperimentali, e di conseguenza di tutta la poetica dell’autore: un faccia a faccia col proprio io, asserragliato in una dimensione univoca e molteplice, ma profondamente teso ad un’esteriorità, un’astrattezza indecifrabile e tenacemente analizzata, presa a motivo delle proprie considerazioni personali, uno sguardo rivolto altrove, una contemplazione della volta celeste, una montaliana occasione che concede un’intimo incontro col proprio io senza barriere.

“Ma dentro di lui resta un punto in cui tutto esiste in un altro modo, come un groppo, come un grumo, come un ingorgo, la sensazione che sei qui ma potresti non esserci, in un mondo che potrebbe non esserci ma c’è“. Palomar

La non convergenza tra pensiero e realtà, l’eterno punto di non approdo tra coscienza e fisicità, la perenne sensazione di sospensione è motivo narrativo e ideologico di tutto il testo, è qui tutto Calvino: portatore di un’ossimoricità costruttiva, il do ut des di un mondo in continuo itinere, la riflessione precipua tra essere e non essere, capolavoro della modernità letteraria che non avrà eguali, perché di originale forma e tematiche rese nello stile inconfondibile dello “scoiattolo della penna“.

Sarah Pistarà

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