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AMÉLIE vs LEOPARDI

Per lo storico e critico cinematografico francese Pierre Sorlin autore del libro “Sociologia del cinema”, il cinema è partecipazione ad un rito collettivo, è proiezione di sentimenti, aspirazioni e tendenze sociali; le pellicole contengono gli indizi e i sintomi dei mutamenti dei tempi e della società. In una parola, è un fenomeno sociale che ha dovuto abbattere numerose barriere di pregiudizio scientifico, prima di arrivare ad ottenere l’importanza che in realtà si merita.

“Il favoloso mondo di Amélie” o “Le Fabuleux Destin d’Amélie Poulain” è un film del 2001 diretto da Jean-Pierre Jeunet. Amélie Poulain cresce in provincia, in Francia. Senza contatto con gli altri bambini e sballottata tra lo stato febbrile di sua madre e la glacialità del padre, comincia ad avere un gusto pronunciato per i piccoli piaceri della vita che la porta a creare attorno a sé un mondo immaginario.  

Il confronto con Giacomo Leopardi è lapalissiano. La somiglianza risalta soprattutto se viene analizzata l’opera “A Silvia” e il gruppo di poesie cui appartiene, nel quale il poeta recanatese mostra maggiormente la sua interiorità. Il ciclo dei “Grandi Idilli” o canti “pisano-recanatesi” sono composti fra il 1828 e il 1830, anni in cui Leopardi a seguito di un’aridità interiore, ritrova la sua anima poetica e recupera la facoltà del sentire. I canti che compongono questo ciclo di opere si discostano dalla raccolta precedente dei “piccoli idilli” a seguito di una svolta filosofica che porta Leopardi a impregnarli di immaginazione e di ricordi, sempre accompagnati dalla consapevolezza del dolore e della morte. In quest’ultima fase della sua poetica Leopardi mira ad un miracoloso equilibrio tra il “caro immaginar” e il “vero”, allo stesso modo di Amelie la cui vita oscilla tra il quotidiano (il vero) e il “favoloso mondo” in cui spesso si chiede cosa abbia riservato per lei il destino e come dare a quest’ultimo un senso. 

La notte del 30 agosto 1997, precisamente la stessa notte in cui i telegiornali divulgano la notizia della morte di Lady Diana, ha un’illuminazione: per essere felice e dare un senso alla sua vita, è necessario che lei anteponga il bene altrui al suo. Amelie infatti è consapevole del destino a cui andranno incontro coloro che le stanno attorno ed è proprio per questo motivo che sente il bisogno di rimediare alla loro predestinata infelicità. È lo stesso destino che, secondo il pessimismo cosmico leopardiano, è portatore non solo dell’infelicità dello stesso poeta bensì di tutti gli esseri viventi che diventano vittime di un’identica sorte. Amélie però non sente l’impellente necessità di relazionarsi e di rivolgersi direttamente a coloro a cui darà il suo aiuto, preferisce nascondere le sue intenzioni e per farlo mette in atto una serie di geniali ‘stratagemmi’ che le consentono di raggiungere il risultato finale senza nessun tipo di coinvolgimento emotivo riducendo al minimo il potenziale di delusione o l’impatto del fallimento. Anche Leopardi, seppur indirettamente, si fa così portatore della stessa missione assumendo a sua volta un atteggiamento distaccato. Tale atteggiamento però cade nel momento in cui subentrano nelle loro vite due figure capaci di far riaprire loro gli occhi e di animare i loro spiriti. Amelie si innamora di Nino Quincampoix, un ragazzo che con Amélie condivide lo stesso destino di vivere in un mondo demolitore di sogni, e Leopardi si innamora di Silvia pseudonimo di Teresa Fattorini, figlia di un cocchiere di casa Leopardi morta di tisi nel 1818, il cui nome poetico è tratto dall’“Aminta” di Torquato Tasso.

Nino è la versione maschile di Amélie Poulain. Un trentenne poco sicuro di sé, di ciò che vuole essere e che dà senso alla sua vita collezionando fototessere mal riuscite e strappate o dimenticate da chissà chi. Metafora, questa, della ricerca disperata dell’identità, dell’affannoso tentativo di riempirsi degli altri per riempirsi di sé con il desiderio di uscirne, di cercare motivazioni, di trovare quella parte mancante che rende la vita armoniosa perché la si vive in due. Come con gli altri, anche con Nino Amélie decide di inventare uno stratagemma, ma costretta ormai a svelarsi si tira indietro, condannandosi a scrutare, studiare e seguire Nino da lontano proprio come Leopardi fa con la sua amata Silvia.

Leopardi adotta lo stesso modo di operare di Amélie. Egli è unito a Silvia, senza contatto, dal parallelismo tra due condizioni opposte: la fanciulla del popolo e il giovane poeta aristocratico, associabili solo per le  speranze e per i sogni tipici della giovinezza. Il mondo di Leopardi è privo di urgenza fisica, materiale e sensuale. È un mondo descritto nella sua vaghezza poiché la descrizione della fanciulla è priva di caratteristiche fisiche tangibili, seguendo l’impostazione tipica leopardiana del vago e dell’indefinito. Come Amélie, il mondo esterno in questo canto viene percepito da Leopardi attraverso la finestra del “paterno ostello”, che lo allontana e lo separa da Silvia, impendendo il contatto immediato con la realtà. La finestra è come il confine simbolico che mette in contatto i due mondi: l’interiore e l’esteriore, l’immaginario e il reale. L’immagine di Silvia all’interno del canto vive solo attraverso il particolare fisico ovvero gli occhi “ridenti e fuggitivi”, e il particolare psicologico cioè l’atteggiamento con cui Silvia intraprende la strada successiva alla sua giovinezza.

La differenza sostanziale tra il poeta e Amelie sta nel fatto che quest’ultima ha la possibilità di conquistare il cuore di Nino, mentre Leopardi è costretto a nutrirsi dell’amore di Silvia solo con il ricordo di lei perché:

All’apparir del vero

tu, misera, cadesti: e con la mano

la fredda morte ed una tomba ignuda

mostravi di lontano

Tutto il canto dunque è costruito sulle esperienze parallele delle illusioni del poeta e della giovinezza di Silvia: come le speranze di quest’ultima svaniscono a causa della sua morte prematura, così le speranze del giovane infelice sono diventate illusioni.

L’amore di Amelie per Nino è analogo a quello di Leopardi per Silvia, pur avendo i due amati due destini diversi, ed è così che in entrambi nel rapporto con il reale si determina una “doppia visione” portando i due innamorati a rifugiarsi nella loro solitudine. La realtà viene filtrata più volte giungendo così ad essere “arido vero”, mondato dalla falsa urgenza della vita reale.

Francesca Morrone

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