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“Bocca”: incorporeità di un monologo urlato a bassa voce

Rossetto rosso, debolmente illuminato da due fonti di luci, un solo uditore sul palco, smaterializzazione; poi il buio totale seguito da un fiume di parole, discorsi e pensieri arzigogolati e privi di un filo logico. Nessuna rimostranza, nessuna contro battuta, soltanto un assordante e bieco silenzio. Ogni singola parola scandita con solenne insicurezza. Disintegrazione delle unità aristoteliche considerate al pari di leggi sacre, comandamenti scesi dall’alto dell’empireo teatrale. Fine ineluttabile. Queste sono le caratteristiche di uno dei maggiori e controversi capolavori del drammaturgo irlandese Samuel Beckett. “Non io” (Not I), questo è il titolo della pièce presa in esame, venne messa in scena nel 1972 dopo un lungo, lunghissimo e insicuro lavoro di stesura nato da un estenuante iter geografico.

L’autore compì un lungo iter geografico che parte da una piccola cittadina dell’Irlanda, luogo in cui l’autore ascolta i deliri tremens di una senzatetto; la seconda tappa è La Valletta, luogo in cui contempla a lungo la decollazione di San Giovanni Battista, dando maggiore risalto al gruppo sullo sfondo che compie l’esecuzione del martire cristiano; approda all’ultima tappa, in Marocco, dove osserva intensamente una donna avvolta dalla djellaba, lunga tunica araba, in posizione di intenso ascolto.

Non esiste nessuna donna eroica nell’opera beckettiana; non esiste nessun impulso all’infinito né velleità romantiche. Crisi, sconforto ineluttabile e rassegnato sono le cifre caratteriali della protagonista dal nome emblematico: Bocca. Priva di una qualsivoglia corporeità, Bocca narra confusamente la vita da donna emarginata dalla società, abbandonata dai genitori perché nata prematuramente; lasciata al suo destino di mesta solitudine anche da Dio e dai misericordiosi, la donna incorporea si abbandona con cinismo sprezzante alla riflessione sul tema del peccato e della bontà di Dio. Pensieri che, nella loro ironica e brutale sincerità votata all’inesprimibile solitudine, fungono da sostegno alla donna nata e destinata ad esistere da sola. Carne da macello buona soltanto per essere scrutata dagli ipocriti buoni e misericordiosi che non tenderebbero mai la loro mano per salvarla. Rassegnazione, assenza di speranza, atarassia imposta dal destino, non-vita legata alla smaterializzazione.

I più scettici diranno che questa non è una pièce teatrale ma il lamento sordo di una donna destinata all’oblio. Anni e anni di aspre critiche a Beckett non hanno sminuito la reale potenza di queste urla pronunciate da una bocca che si chiama Bocca, donna priva di corpo, a bassa voce e con vergogna. Le richieste di aiuto sono passivamente ascoltate dall’unico uditore che, nella sua inettitudine, non fa altro che alzare e abbassare le braccia come se dicesse: “Sono qui per aiutarti ma non posso perché sono impedito nel farlo!”. Silenziosa ignavia che conduce al nulla più scuro di un djellaba nero.

Questo è il verbo della religione del nichilismo palesato dalla smaterializzazione del corpo e delle strutture teatrali in sé; non esistono altri personaggi ad eccezione dei due precedentemente nominati, nessun oggetto polisignificante sul palcoscenico, luci flebili che conoscono e comprendono il triste destino di colei che pronuncia in terza persona questo monologo, struggente nei suoi continui refusi logici e senza senso come se, a pronunciarli, fosse una donna inferma mentalmente. Ma questi elementi, nel loro caos senza alcuna via di fuga, rivelano una decisa e consapevole volontà di rassegnazione alla fine.

Il “dramaticule” beckettiano, così chiamato perché è un piccolo dramma, riassume ciò che uno dei maggiori teorici del teatro, Grotowski riassume nella sua concezione del “teatro povero”: un’opera teatrale, per essere tale, può anche avere un solo attore e un solo astante.
La violenta presa di coscienza è puro spettacolo per l’uditore che, non essendo capace di comprendere il dolore, non vive ma esiste.

Serena Di Muni (Salomé)

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