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Covid-19 Società e Attualità

2020: QUALI LE CONSEGUENZE PSICOLOGICHE SUGLI STUDENTI?

Questo 2020 sta lasciando, a poco a poco, delle tracce indelebili dentro ciascuno di noi.

Un anno che non dimenticheremo mai, come ci sentiamo dire ogni giorno, ma che vorremmo archiviare. Ciò che preoccupa una grossa fetta di sociologi e di studiosi riguarda, oltre le implicazioni economiche e sanitarie, l’impatto psicologico che questa pandemia ha avuto e continua ad avere sulle menti di grandi e piccoli, di lavoratori e di studenti. Durante quest’anno abbiamo dovuto imparare ad utilizzare la tecnologia non solo per divertimento o per lavoro, ma per sopravvivere, siamo quasi diventati “prigionieri” della tecnologia: questo che effetti avrà a lungo termine sulla nostra individualità e socialità? Domanda aperta. Per non parlare della prolungata ed accresciuta esposizione ai campi elettromagnetici e alle radiofrequenze degli apparecchi elettronici quali smartphone, computer e tablet.

Anche se negli ultimi mesi abbiamo oramai imparato a convivere con il COVID-19 e la scuola ha ripreso il suo “regolare” svolgimento, non tutto, ovviamente, è tornato al proprio posto, e tanto invece ha dovuto subire una trasformazione evidente. Ottobre rappresenta il mese del ritorno alla normalità per la comunità studentesca tutta. Ma di che normalità potremmo parlare in questo 2020? Sicuramente non la possiamo chiamare col suo nome, ma non potremmo neanche parlare totalmente di anormalità, dato che siamo vivi, siamo qui e il mondo cerca di andare avanti. Gli studenti universitari dovrebbero ritornare alle proprie sedi e alle proprie vite indaffarate, ma per quest’anno accademico tutto questo sarà sostituito, per forze di causa maggiore, da un computer. Ogni ateneo italiano ha stilato le proprie linee guida relative alla ripresa delle attività accademiche, all’interno delle quali rimane preminente l’attuazione della didattica mista, in modalità duale (in presenza ed online). Ciò ha comportato che l’ampio spazio dei nostri cortili universitari si sia tramutato in quello ristretto e stridente della nostra camera e che i nostri rapporti passino quasi esclusivamente attraverso i social ed internet, così come tutta la comunicazione, istituzionale e privata. Ciò non esclude, purtroppo, che la messa in pratica di questa particolare modalità a distanza sia stata una scelta doverosa da prendere per il contenimento dell’epidemia da Coronavirus.

Si deve però considerare che l’isolamento e il generale peso dell’incertezza e della paura costante continuano ad inficiare gli stati d’animo di studenti e non, ad attanagliare i nostri pensieri, col rischio di andare ad aggravare disturbi d’ansia preesistenti e che lo stress e il nervosismo diventino nostri fedeli compagni di vita quotidiana. A tal proposito credo ci sia poco interesse da parte delle istituzioni governative; ci vorrebbe un piano di attuazione effettiva di supporto psicologico, utile al benessere mentale di coloro che ritengano di trovarsi in difficoltà, non solo possibilmente economica, ma pure mentale ed emotiva, coloro che sentano il peso delle circostanze gravare sulle proprie spalle. La comunicazione istituzionale dovrebbe convertirsi in azione sotto questo punto di vista: l’insicurezza e l’incertezza sono il pane quotidiano di tutta l’Italia, l’Europa ed il mondo d’oggigiorno, ma dovremmo pensare a curare gli animi oltre che a sanare l’economia, l’attenzione dovrebbe essere precipua e diretta verso l’individuo in sé. Se noi giovani siamo il futuro della nostra nazione, è moralmente obbligatorio da parte del Governo rivolgere lo sguardo anche verso di noi e le nostre esistenze.

Laddove i dubbi e le preoccupazioni invadono il nostro universo, la ferita deve essere curata per non infettarsi maggiormente. Sicuramente ciò in cui ha peccato l’intero Ministero dell’Istruzione è di aver riposto in un angolino la categoria degli universitari, fuorisede e non, lasciando tutta la responsabilità e la gestione dell’emergenza ai singoli atenei. Ci saremmo voluti sentire citati in causa anche noi e rassicurati circa le nostre “sorti”, in primis come individui pensanti che stanno investendo risorse per il proprio futuro, già abbastanza incerto. La quarantena ha pure influito, in molti casi, sulla prestazione personale degli studenti che si preparavano per sostenere esami curriculari durante i mesi del lockdown.

La mia domanda, dunque, rimane la stessa, e non riesco a trovare una risposta univoca: continueremo a subire sulla nostra pelle i contraccolpi di questo singolare periodo storico o riusciremo a non coinvolgere la nostra emotività ed efficienza lavorativa anche in qualità di studenti universitari? Il costante ed indispensabile contatto con la tecnologia influenzerà in qualche modo anche il nostro modo di comunicare (il nostro linguaggio e la capacità di esprimerci) e di relazionarci, quando un giorno potremo ritornare a parlarci tranquillamente face to face e non più tramite una tastiera?

Ilaria Dibenedetto

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