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“L’inganno estremo”, l’illusione d’amore nella poesia di Catullo e Leopardi

L’amore, si sa, è il grande tema cantato dai poeti di tutti i tempi per la gioia vitalistica, l’esaltazione, la frenesia che da esso derivano; ma anche per l’angoscia, il tormento, la delusione, gli inganni.
Tanto in Gaio Valerio Catullo quanto in Giacomo Leopardi – grandissimi lirici, uno della letteratura latina, l’altro della letteratura italiana – l’esperienza erotica è radicale: è vissuta come una passione
violenta, una sorta di illusione non consumabile, cioè non smascherabile dalla ragione. L’amore sarebbe dunque la dimostrazione più profonda del destino di infelicità cui è condannato l’uomo, perché amando ci si illude di avvicinarsi ad una ipotesi di felicità poi non effettivamente realizzabile. D’altro canto, esso è l’unica illusione, l’unica consolazione concessa dal fato agli uomini per accettare e affrontare “il gran mare dell’essere”, la vita nella sua multiforme varietà.
La vicenda amorosa dei due poeti, concreta, reale, è sovrapponibile: dopo le prime speranze, le prime esaltazioni, entrambi prendono coscienza di aver inseguito un’idea, una costruzione della loro mente lontana dalla realtà. Le donne delle loro liriche non sono solo due miti poetici, ma due persone concretamente esistite: Clodia, cantata con lo pseudonimo di Lesbia da Catullo, e la bellissima Fanny Targioni Tozzetti, l’Aspasia dei versi leopardiani.
Lo schema di base è il seguente: le due donne, avvalendosi della loro potente carica seduttiva, suscitano una passione febbrile e tragica nell’animo dei poeti, senza essere in realtà degne del loro
amore; i poeti sperimentano dunque “l’inganno estremo”, un’espressione questa tratta dalla lirica “A se stesso” di Leopardi, in cui egli con lucida diagnosi denuncia il crollo di ogni illusione, ma nello stesso tempo la liberazione, pur profondamente sofferta, dalla schiavitù amorosa.

Ma chi era Catullo?
Catullo visse nell’età denominata “di Cesare e di Cicerone” (I sec. a.C.), personalità centralissima del tempo, età contrassegnata da una serie di eventi politici in cui vari tentativi di uomini potenti, tesi a instaurare un potere personale, si sovrappongono agli organi costituzionali. Fu tra i rappresentanti di una nuova corrente poetica, quella dei “Poetae Novi”, così definita da Cicerone in senso dispregiativo per via della rottura con la vecchia cultura e le tradizioni morali e politiche del
costume romano.
Si impone una lirica soggettiva con una drammaticità e profondità sconosciute ai greci. Per quello che dall’ antichità ci è pervenuto possiamo affermare, anche perché conserviamo quasi per intero la
sua produzione, che Catullo è il più grande di questi nuovi poeti.
Nella sua opera maggiore – il Liber – l’amata Clodia, donna sposata, colta, bellissima e affascinante, ma spregiudicata e priva di inibizioni, è cantata con lo pseudonimo di Lesbia, per evocare il mondo culturale e il fascino poetico di Saffo a Lesbo.
Essa assorbe e condiziona la vita del poeta: dall’esaltazione, dall’incanto, dal vagheggiamento della fantasia (vedi carme V) passa alla delusione; il sogno è svanito; Lesbia non ha mantenuto le promesse. Eppure Catullo l’ha amata come un padre ama i figli e i generi. In lui convivono
sentimenti opposti, il suo io è lacerato da un dissidio insanabile, di cui è perfettamente consapevole.
Per la condotta di Lesbia il “bene velle”, il voler bene, è scomparso. Resta l’ “amare”, la passione:

Una volta dicevi che avresti fatto l’amore solo con Catullo, Lesbia,
e che al posto mio non avresti voluto abbracciare (neanche) Giove.
Ti amai, in quel tempo, non tanto come la gente ama l’amica (l’amante),
ma come il padre ama i figli e i generi.
Adesso so chi sei: perciò, anche se brucio di fiamma più ardente,
sei per me molto più vile e spregevole.
“Com’è possibile?”, dici. Perché un’offesa del genere
impone l’amante ad amare di più, ma a voler bene di meno. (carme LXXII)

Il suo amore è stato fondato sul “foedus”, il patto reciproco che impone il rispetto della “fides”, la fedeltà, la lealtà; valori che egli è consapevole di avere rispettato, per cui tanto più profondo e doloroso è il suo stupore per il tradimento e la violazione della fides (vedi carme LXXXVII).
Ma ecco il carme LXXXV, formato da un solo distico elegiaco, con la famosissima figura retorica iniziale, l’ossimoro: “odi et amo”: l’accostamento di parole opposte per significato è spia ancora una volta della compresenza di sentimenti opposti che affondano le loro radici nelle zone più
insondabili del cuore.

“Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia.
Non so, ma sento che questo mi accade: qui è la mia croce”

Potentissimo il verbo finale: excrucior, cioè “sono messo in croce” (a causa della passione e del dissidio interiore che essa provoca nell’animo del poeta, diviso tra amore e risentimento).
La storia personale diventa storia lirica, con una passionalità e una forza di sentimento nuovissime nella letteratura antica.
Ormai, dopo tanto sperare e disperare, Catullo è deciso a rompere la catena che lo tiene legato in maniera ossessiva a Lesbia; deve essere forte per riconquistare la sua libertà e dignità. Nel carme VIII, l’appello alla ragione è deciso, perentorio, tutto è perduto; ma prepotenti emergono i ricordi, le emozioni; i giorni (dies) trascorsi con Lesbia sono rievocati con la metafora “soles” quasi per avvolgere in un manto di luce la felicità passata. L’elemento irrazionale riemerge ancora una volta,
anche quando nella seconda parte della lirica si rivolge a Lesbia ricordandole che lontana da lui non sarà più avvicinata e amata da nessuno. Ma è un momento di smarrimento, la parte razionale riemerge ancora una volta nel drammatico finale: “At tu, Catulle, destinatus obdura” (“Ma tu, Catullo, risoluto, resisti”).

Giacomo Leopardi visse un’ uguale esperienza d’amore, intensa, ricca di speranze, ma rivelatasi profondamente deludente quando, dopo il definitivo abbandono di Recanati, conobbe a Firenze
Fanny Targioni sposata Tozzetti. Era lei una donna elegante, raffinata, inserita nella vita culturale e mondana della Firenze del tempo e che suscitò nel poeta un forte sentimento, concreto, vero, negli anni tra il 1830 e il 1833. Pur non rinunciando alle sue posizioni pessimistiche, l’amore ora rappresenta l’unica giustificazione e risarcimento al destino di dolore dell’uomo. Di quest’ultima produzione ricordiamo le liriche dedicate a Fanny: Il pensiero dominante, Amore e morte, Consalvo, A se stesso, Aspasia. Non più la poetica dell’idillio, del vago, dell’indeterminato, della rimembranza, ma esperienza reale, divenuta idea, costruzione e ipotesi di felicità. L’amore sancisce una nuova dimensione eroica del soggetto, il quale può così sfidare la morte e persino invocarla per bilanciare l’eccesso di desiderio, irrealizzabile, che l’esperienza amorosa reca con sé.
Ma perché canta Fanny con il nome di Aspasia?
Aspasia, originaria di Mileto, era un’etèra, una cortigiana, donna bellissima e coltissima, tanto che, come altri intellettuali del tempo, anche Socrate e i suoi discepoli conversavano con lei di arte e di filosofia. Pericle se ne innamorò e dopo aver ripudiato la moglie visse con lei fino alla morte. Lo pseudonimo di Aspasia attribuito a Fanny vuole sottolineare il carattere seduttivo della donna e il comportamento libero e privo di scrupoli.
In “Pensiero dominante” l’amore che totalmente lo coinvolge, è definito torre, gigante, l’unico valore in una vita di dolore e senza senso. Ma Aspasia non lo ama, è diventata solo un’ idea, un inganno che continua ad ammaliare e la cui figura ritorna continuamente nella mente; nella lirica a lei intitolata, “Aspasia“, la rivede come una visione, una forma angelica pur nella rievocazione di aspetti realistici quali gli appartamenti di lei, il profumo dei fiori di primavera e Aspasia “del color
vestita della bruna viola”.

Il poeta però si vuole liberare di questa ossessione per riconquistare la propria integrità sentimentale di fronte a una realtà che non può modificare.
Nella lirica “A se stesso” ci offre un documento di altissimo valore poetico oltre che di straordinaria novità. Il critico letterario Walter Binni ha parlato di “musica senza canto” nel definitivo distacco
fermo, deciso, perentorio dall’inganno estremo, l’ultima illusione:

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento
In noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento. vv.1-5

[Ora riposerai per sempre, mio stanco cuore. È morta l’illusione più grande, che io avevo creduto essere eterna. È morta. Percepisco chiaramente che in me si è spenta non soltanto la speranza, ma
anche il desiderio stesso delle amate illusioni].
Pur nell’apparente freddezza e lapidarietà espressiva rinveniamo nel frasario leopardiano una profonda affettività, una commozione interna che ce lo rende tanto caro e unico.
Di tale commozione è probabilmente spia nel testo il sintagma “cari inganni”: forse la fredda ragione non può smascherare del tutto le ragioni del cuore?
Forse…

Maria Teresa Beritelli

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