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Covid-19 Società e Attualità

Dall’11 marzo 2020, il futuro dei giovani in Italia è in lockdown e non ne è mai uscito.

Didattica a distanza, test universitari aboliti, esami online, segreterie chiuse, concorsi sospesi a data da destinarsi, cassa integrazione: queste sono solo alcune delle parole che, da sei mesi a questa parte, vengono in mente se si pensa alla scuola, all’Università e al lavoro per i giovani neolaureati e non, a Catania, ma anche nel resto d’Italia.

Una cosa è certa: il “diritto al futuro” non è una priorità per questo paese, men che meno per la Sicilia e la città di Catania.

«Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà» diceva Peppino Impastato, nostro amato conterraneo.

Ebbene, a fronte dell’emergenza sanitaria mondiale, non solo la rassegnazione, la paura e l’omertà hanno preso il sopravvento per via di una (forse) inevitabile propaganda terroristica volta a contenere un fenomeno che ha colto tutti impreparati; ma l’educazione alla bellezza e, più in generale, la cultura e la speranza al futuro, sono oramai solo un vago ricordo.

Con tutto ciò che, ahimé, ne consegue.

Dinnanzi agli allarmanti dati relativi alla pandemia, in pochi ad oggi focalizzano l’attenzione sugli altrettanto allarmanti dati relativi agli studenti e ai neolaureati.

Rispetto a questi ultimi, già da prima della pandemia riuscire a trovare un lavoro immediatamente dopo la laurea era un terno al lotto: lo Stato italiano non è congegnato per offrire lavoro, specie ai giovani.

Non è una novità.

Ma da quando è in corso l’emergenza sanitaria, la condizione dei neolaureati è peggiorata.

Il diritto al futuro è sospeso e pare che questa sospensione non sia destinata a finire. Forse, dunque, non si tratta di sospensione, ma di prescrizione, anche se si credeva che il diritto al futuro fosse, in un Paese evoluto e civilizzato, un diritto imprescrittibile.

Fino al 16 maggio 2020, tutti i concorsi pubblici (salvo taluni eccezionali) erano stati bloccati in occasione dell’emergenza sanitaria. Quella che appariva una scelta saggia e ponderata, visto la preoccupante situazione in cui versava il nostro Paese, è divenuta poi una esasperata procrastinazione di una condizione di precarietà asfissiante che ha portato la generazione dai 25 ai 35 anni a non avere un lavoro, uno stipendio fisso o un obiettivo da realizzare, né nel breve, né nel lungo termine.

Il concorso in magistratura, per esempio, indetto da un bando pubblicato lo scorso novembre, è stato sospeso durante i tragici mesi della Fase 1 e ancora non si sa quando si svolgerà, né in che modalità.

E se si svolgerà.

Trattasi di un concorso per la cui preparazione, in media, diecimila laureati in Giurisprudenza di tutta Italia investono anni, tempo, denaro, impegno e tanta speranza.

E con loro le rispettive famiglie.

Ad oggi, diverse migliaia di ragazzi, già iscritti al bando, sono in attesa di sapere quando e come si svolgerà un concorso che blocca una buona fetta di neolaureati inoccupati in un limbo di vane speranze, con evidenti conseguenze sia sul piano economico che su quello occupazionale.

Ma il concorso in magistratura, sebbene sia uno tra i più rilevanti a livello nazionale, non è il solo concorso pubblico a essere rimasto in Fase 1.

Altre decine di concorsi pubblici, infatti, non hanno ancora una data, un programma, un luogo di svolgimento: lo scorso 24 luglio dovevano essere comunicate le date dello svolgimento di numerosi altri concorsi a livello nazionale, ma quel giorno, i ministeri hanno comunicato che la data della data sarebbe stata comunicata in un’altra data.

Il 5 ottobre, per l’esattezza.

Si spera.

Non ci resta che attendere per scoprire quando si svolgeranno, quanto meno, le prove preselettive, ammesso che questo momento arriverà mai.

Stranamente, ma neanche troppo, questo discorso non vale per il settore della medicina.

Per fortuna, in un certo senso.

E, infatti, la scorsa primavera era già emerso l’urgente bisogno (fino a quel momento ignorato da tutti) di “nuovi camici“, ossia di giovani brillanti menti in grado di contribuire, con la propria professione e la propria passione, alla tutela della salute pubblica e della vita delle persone. Pertanto, un blocco anche in quel settore sarebbe stato profondamente deleterio per la nostra società. Tuttavia, non ci si spiega ancora del tutto perché in altri ambiti (qualcuno anche altrettanto importante, come quello della giustizia, per fare un esempio) non si possa procedere alle assunzioni per titoli ed esami, mentre i test di specializzazione in medicina si terranno il prossimo 22 settembre.

Tutto rose e fiori?

No.

Non poteva mancare, infatti, neppure qua un elemento che turba gli animi.  

Tale elemento è il dato, a tratti ovvio e condivisibile, per cui, se si ha una temperatura corporea di 37.6 gradi il giorno dei test per la specializzazione, si rischia di non potere partecipare agli stessi.

Di rimanerne fuori.

Esclusi.

Senza alternative.

Se da una parte è giusto prevenire eventuali focolai, che potrebbero nascere dall’ammissione di uno studente positivo all’interno dei locali sovraffollati in cui si svolgeranno i test a livello regionale, dall’altra potrebbe verificarsi che una buona percentuale di sfortunati neolaureati in medicina non potrà accedere alla specializzazione, quest’anno, perché ha un ascesso alla mola del giudizio, si è preso un’insolazione, è stressato o ha contratto il Coronavirus.

Perché anche chi si è beccato il virus, per qualsiasi ragione, a nessuno deve importare quale essa sia, ha comunque il diritto di sperare – di guarire, innanzi tutto -, ma soprattutto di andare avanti con la propria carriera.

Eppure, non pare che ci siano alternative valide per chi, quel giorno, anche dopo una quarantena volontaria di quattordici giorni antecedenti alla data dei test, avrà la temperatura corporea oltre i 37.5 gradi.

La situazione circa la crisi del futuro e il collasso della speranza di realizzare un sogno non è drastica solo per i neolaureati.

Come si è detto, anche gli studenti subiscono gli effetti altamente deleteri della crisi sanitaria e della sua gestione incoerente e irrazionale. Figli di una stagione di tagli all’istruzione, iniziata lo scorso decennio, gli studenti di tutta Italia si sono ritrovati chiusi in casa per tre mesi a seguire, tramite un paio di cuffie, le lezioni di fisica e di latino da soli nella propria cameretta. Aprire una parentesi circa l’impossibilità per alcuni di possedere una adeguata strumentazione per la didattica a distanza risulterebbe troppo oneroso in questa sede, ma vale la pena accennare che non tutti possono permettersi computer, casse, webcam e cuffie all’altezza di un impegno così importante come l’istruzione.

Di cui, in teoria, dovrebbero farsi carico le istituzioni.

In teoria.

Il diritto allo studio, nella sua accezione più tradizionale, rischia così di divenire un diritto di pochi.

Al momento, un dubbio diritto di pochi, se si pensa che il prossimo 14 settembre riapriranno le scuole a Catania e, ancora, non si sa dove andranno collocate quelle centinaia di studenti che, secondo i calcoli degli esperti, rimarrebbero fuori dalle aule.

Del resto, appena dieci anni fa, si praticavano tagli al personale e si riempivano la classi con trentacinque alunni per ciascuna, è ovvio che oggi la difficoltà consista nel trovare degli spazi adeguati al rispetto delle regole sul distanziamento sociale (e del personale preparato e disponibile)!

Bei tempi quelli in cui le riforme prevedevano gli assembramenti in barba a ogni virus, batterio, germe e regola di sicurezza…

A distanza di anni, si rischia di subire il collasso di un sistema portato agli sgoccioli da tagli pubblici apportati da governi maldestri, egoisti e disinteressati, come è accaduto tra marzo e aprile nel settore sanitario, anch’esso vittima di ingenti tagli, a suo tempo.

Solo che, in questo caso, non basta invitare tutti, senza alternativa alcuna, a rimanere a casa.

Tutt’altro.

Bisogna procedere diversamente.

Non si può e non si deve chiedere agli studenti di studiare dal computer, a casa.

La speranza è che i fondi stanziati per la scuola pubblica (che ammontano a circa 30 milioni di euro) vengano impiegati ed investiti adeguatamente per risolvere un problema che, di certo, non può trovare soluzione nella didattica a distanza.

Prima del 14 settembre, data prevista per la riapertura dei plessi in Sicilia (e non solo), a ridosso invero delle elezioni previste per il 21 e il 22 settembre.

Ma come?” diranno i più, “tanta fretta per chiudere le scuole, tanti dubbi per riaprirle, e alla fine si opta per farlo una settimana prima delle elezioni per il referendum sui tagli dei parlamentari e quelle regionali?“.

Senza contare i 61 comuni siciliani che, tra il 4 e il 5 ottobre, andranno alle urne per le amministrative.

Tanto valeva, a questo punto, che le scuole riaprissero subito dopo le elezioni, dopo una adeguata sanificazione!

Gli elementi di incoerenza e di irragionevolezza non finiscono qua.

Le scorse settimane sono state animate da un dibattito pubblico social(e) circa la necessità di chiudere le discoteche e gli stabilimenti balneari perché “le Università sono chiuse!”.

Certo, una Regione (la Sicilia) che consente la riapertura dei locali notturni piuttosto che delle Università merita di far parlare di sé; d’altro canto, non ci si spiega perché le segreterie degli studenti debbano rimanere chiuse al pubblico (e i telefoni perennemente fuoriposto!), mentre nelle spiagge sia possibile fare acquagym e nelle discoteche si possa ballare assembrati al chiaro di luna.

Tuttavia, non era certo la riapertura degli stabilimenti balneari o delle discoteche il problema principale.

Il problema principale è che non si vogliono riaprire le Università o, comunque, non si vogliono stabilire condizioni alternative alla riapertura che riescano a conciliare le esigenze di sicurezza e il diritto allo studio adeguatamente.

Questione più eclatante tra tutte è quella relativa ai test di ingresso universitari.

Premesso che per l’accesso alla Facoltà di Medicina e Chirurgia i test si sono svolti, lo scorso 3 settembre, all’interno delle strutture adibite appositamente per l’occasione nei pressi della Cittadella Universitaria di Catania, in via Santa Sofia, dove code di macchine infinite hanno bloccato la viabilità e gli assembramenti di studenti e genitori hanno indignato gli ipocondriaci e gli acchiappa-likes politically correct; per le altre Facoltà a numero programmato e a numero aperto, l’Ateneo di Catania ha optato per un sistema di selezione basato sul voto di diploma.

Proprio così.

Sul voto di diploma.

Il voto di diploma riveste una certa importanza, ma fino a un certo punto.

Chiunque sia passato per l’esame di maturità ne conosce le dinamiche.

Il voto di diploma racchiude in sé cinque anni di liceo che vanno dai 14 ai 19 anni, compresi di sbalzi di umore adolescenziali, crisi esistenziali e prime cotte tra i banchi di scuola. Chi non ha mai preso un’insufficienza a scuola perché si era innamorato il giorno prima? Inoltre, i voti all’interno delle classi sono sempre stati calibrati in relazione alla classe stessa, o all’Istituto di riferimento, per cui nessuno si sorprenderebbe se scoprisse che un 60 preso dallo studente del liceo Classico, in un’altra classe, in un’altra scuola, sarebbe stato un 80 e viceversa. Ancora, il voto di diploma può dipendere da dinamiche interpersonali complesse, che interessano studenti e professori all’interno di un sistema, quello dell’istruzione in Italia, dove non solo non vengono messe in risalto le competenze, le qualità e le caratteristiche del singolo studente; ma dove, oltretutto, il rapporto tra studenti e professori è spesso ridotto al singolo incontro di idee e opinioni durante una interrogazione in classe. Anzi, durante un compito scritto, visto che, dagli scorsi tagli all’istruzione, un solo professore per tre classi da trentacinque alunni ciascuna non arriva nemmeno a interrogare tutti gli studenti prima della fine del trimestre!

È possibile, dunque, che il voto di diploma sia stato deciso in base ai compiti in classe in cui il più furbo è stato abile a copiare da Internet le risposte ai quiz e il più sfigato quel giorno aveva la febbre.

Il voto di diploma non è affatto un buon metro di valutazione per decidere chi deve entrare all’Università e chi no.

Non è meritocratico, non è stato attribuito a tutti i partecipanti ai test di ingresso da un’unica commissione che ha utilizzato il medesimo metro di misura, semplicemente non è giusto.

A vent’anni, non è giusto che il proprio diritto ad accedere all’Università, e quindi a scegliere finalmente la propria strada, il proprio lavoro, il proprio futuro, venga negato da un 65 preso a scuola durante gli anni della pubertà.

Alla medesima conclusione sono giunti anche i rappresentanti degli studenti in sede di consiglio di Dipartimento quando, a tempo debito, venne chiesto loro di pronunciarsi circa la decisione assunta dal Senato Accademico e dal CdA dell’Università degli studi di Catania.

Come può un voto, che dipende dalla scuola di appartenenza, fungere da allarme e segnalare la presenza di alcune lacune da colmare?” diceva giustamente Beatrice Pennisi, rappresentante degli studenti a Giurisprudenza, a proposito dei corsi di studio a numero aperto.

Ma la situazione è ancor più grave per quegli studenti che si accingono a iscriversi ai corsi di studio a numero programmato, là dove il voto di maturità non serve solo ad attribuire un debito da superare con ulteriori esami, ma funge proprio da sbarramento all’accesso!

L’Università è forse l’unica istituzione rimasta in vita, tra tagli e stenti, a custodire un concetto di cultura, bellezza e valorizzazione della propria attitudine personale nel settore dell’istruzione, che va salvaguardata, protetta e tutelata ad ogni costo!

Con le unghie e con i denti.

Senza dimenticare la premessa relativa ai test di Medicina che si sono svolti quasi normalmente (il “quasi” è per l’utilizzo delle mascherine obbligatorie): forse si vogliono abituare i futuri aspiranti medici sin da subito alla chiamata alle armi per il prossimo lockdown?

O forse i test di Medicina ricoprono, con un sottile velo dorato, troppi interessi economici ai quali non si può rinunciare nemmeno di fronte a una pandemia globale?

Gli interessi economici (ma anche quelli politici) restano ancora al primo posto delle priorità, sia dello Stato che degli enti locali, senza che nessuno degli esperti sembra comprendere che uno Stato di inoccupati laureati o di studenti ignoranti è uno Stato in cui circola meno denaro.

Oltre che più delinquenza.

E non trova spazio alcuno la già citata bellezza, in tutte le sue illimitate declinazioni.

È indispensabile garantire lo studio e il lavoro ai giovani, perché rappresentano il futuro (a dire il vero già alquanto malconcio) di un Paese che non ne può più di pesare sulle spalle delle precedenti generazioni, stanche, annoiate, stizzite.

E se a qualcuno venisse in mente di dire “meglio utilizzare il voto di diploma come criterio per l’accesso agli studi universitari che svolgere un test della durata di diverse ore con la mascherina“… Beh, provate a chiedere agli studenti, per una volta, che cosa è meglio per loro!

Noemi Privitera

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