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Tosca alla Scala di Milano

L’esempio di un’Italia che visse d’arte, visse d’amore

Milano, 7 dicembre 2019. L’aria di festa, il profumo del panettone, i volti noti, gli occhi incuriositi del mondo intero; è la giornata di Milano, dell’Italia, della cultura italiana: la tradizionale Prima stagionale del Teatro alla Scala, che per quest’anno ha proposto Tosca di Giacomo Puccini. Il genio di Lucca ci presenta anche qui l’amore spinto fino alla morte, un’atmosfera tesa sia per gli amori travolgenti sia per le vicende storiche che fungono da scenografia; una tensione manifestata anche dalla recitazione del cast. Incisiva la Netrebko (Tosca) che, nonostante l’attacco screziato di Vissi d’arte e un successivo momento di confusione, avrà sicuramente colpito per il suo timbro vocalico caldo e “cupo” nel registro basso (per alcuni più adatto forse a Lady Macbeth). In forma Francesco Meli (Mario), che ha impressionato tutti alternando volumi forti a volumi piani, ma, avendo trattando il registro acuto con molta prudenza, non ha smentito certo alcuni dubbi che sono sorti riguardo a lui negli ultimi anni; interessante, a riguardo, la sua Recondita armonia nell’Atto I. Fiero e – giustamente – spietato Luca Salsi (Scarpia), che ci ha regalato un’interpretazione accattivante e magistrale, specie nel Te deum alla fine dell’Atto I. Nulla togliendo al fascino russo della Netrebko e alla tradizionale (per alcuni scontata e, forse, dovuta) importanza che si attribuisce al tenore, è stato Salsi il vero protagonista di questo 7 dicembre scaligero e questa sua serata milanese godrà ancora di un certo riverbero tra i melomani (almeno tra chi non resta – per così dire – un irriducibile nostalgico d’interpreti passati).

Curiosa è stata la regia di Livermore, che è rimasto pressoché coerente con le proprie scelte registiche – anche se il tono sperimentale dello scorso Attila potrebbe aver colpito maggiormente. Quest’anno però certe trovate sceniche hanno sortito il loro effetto: uno stupore a tratti commovente, soprattutto nel finale, in cui Tosca si getta da Castel Sant’Angelo. Livermore ha in ultima analisi colto con originalità una delle tante novità pucciniane, ovvero il carattere cinematografico delle proprie opere. Quanto a Chailly – direttore musicale del Teatro dal 2015 – va certamente notato il suo impegno nel proporre alla Scala opere di compositori come Puccini e Giordano, titoli in cui egli si distingue da anni. Chailly per questa Prima ha infatti proposto l’edizione originale dell’opera, che però Puccini modificò in seguito; la differenza si nota in particolare nel finale. Va però segnalata un’agogica orchestrale non abbastanza esaltata, seppure l’approccio di Chailly sia stato più sinfonico che lirico (come – tra l’altro – sarebbe giusto che fosse).

Grande titolo, grande cast, grande serata che hanno fatto onore ancora una volta a un grande Paese, che spera nella cultura!                 

Nino Ingrassia

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