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Riflessione sul film “Il Campione”

Smettere di giocare per mettersi in gioco.

Il Campione è un film italiano del 2019.
Racconta una storia, come tante.

Un ragazzo di vent’anni, calciatore della AS Roma, ignorante, scapestrato, che sembra si diverta a delinquere, cela, dietro una serata in discoteca, una Lamborghini, e una Villa da miliardario, una serie di debolezze e di paure.
Grazie all’aiuto del prof. Valerio, che lo affiancherà in un percorso che punta al superamento dell’esame di maturità, scoprirà la sua voglia di riscatto.
Riscatto da una fama fin troppo ingombrante, da una città che ne ammira la prestazione calcistica, ma costruisce un’immagine di lui che non corrisponde alla sua più profonda essenza. Che non si preoccupa di indagare sulla sua storia.
Un abito cucitogli addosso, a cui il protagonista inizialmente si rassegna, ma che ad un certo punto gli inizia a stare stretto.

“Tu non devi farti dipingere come uno scemo, non lo sei”
l’eredità della madre ormai defunta trova seguito in quella che diventa la missione di un ex professore statale, triste e afflitto per la perdita del suo bambino, che troverà in questa sfida la voglia di ricominciare a vivere, la forza di credere ancora in qualcosa.
Valerio scommette sul giovane Cristian, di cui ne comprende il valore, la solitudine, la condizione, il motivo di molte sue scelte e della rabbia che lo fa ritrovare spesso coinvolto in diverse risse.

Ma Cristian ha una passione, un talento: il calcio.

Cristian è fortissimo, di questa passione ne ha fatto la sua vita, è proprio bravo.

Quando il Presidente della AS Roma gli imporrà come condizione, per continuare a giocare da titolare, il superamento dell’esame di maturità, la sua passione così forte lo spingerà, con l’aiuto del prof. Valerio, a migliorarsi, interrogarsi sulla sua vita, incuriosirsi, riscattarsi.

Questa è la storia di un ragazzo di vent’anni, visto da tutti come oggetto di scambio, come merce con un valore.
Questa è la storia di un padre assente, immaturo, che approfitta della fama e della ricchezza del figlio senza preoccuparsi della sua felicità.
È la storia di un gruppo di amici di comodo, di una fidanzata influencer, bella ma inconsistente.
È la storia della scomparsa prematura di una madre, un’assenza ridondante e rumorosa.
È la storia di una vita apparentemente perfetta, gettata in balia del continuo sentenziare della pubblica opinione.
È la storia di un sogno realizzato che finisce per svuotare il protagonista che si sente solo in una villa caotica ma profondamente silenziosa, ricca ma estremamente povera.
È la storia di un ragazzo senza affetti veri, che deve fare i conti con se stesso.

Cristian un giorno si innamora di Alessia, una tipa diversa rispetto alle ragazze che era solito frequentare, non attratta dalla sua fama, che non accetta di uscire con lui, quel lui così arrogante e pieno di sé.

Quella passione per il calcio, che sembrava essere il fulcro della vita del giovante talento, finirà per essere soppiantata, grazie all’aiuto del professore, di Alessia e delle parole della madre, dalla voglia di cultura, e dalla voglia di mettersi in gioco che lo porterà a rinunciare al campo di calcio per conseguire la maturità.
Il regista non ritiene fondamentale informarci dell’esito di quell’esame, la scelta presa è già una grande vittoria.

Questa è la storia di Cristian, ma è la storia di tanti ragazzi che non vengono capiti né valorizzati.
Che sono più difficili degli altri, quindi vengono abbandonati.
Questa è la storia di tanti ragazzi le cui passioni finiscono per prevalere più di loro stessi.
Quei ragazzi identificati con il loro talento e mai con quello che sono davvero.
Che vengono semplicemente abbandonati a loro stessi, a volte utilizzati per fini altri.
Che non hanno affetto vero.
Di cui nessuno si occupa.

Questa è una storia che spinge a far riflettere su quanto, ancora una volta, l’apparenza inganna.

Beatrice Pennisi

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