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Un epilogo in chiave di basso

Tempi critici per il Bellini di Catania

Oh, chi piange? Di femmine imbelli chi solleva lamenti all’eterno? canta il pontefice ebraico Zaccaria nell’Atto III del verdiano Nabucco. In questi giorni a Catania non sono gli ebrei a piangere: i panni leviti sono stati vestiti da migliaia di cittadini, vicini alle sorti del nostro Teatro Massimo Bellini. Da alcuni anni l’Ente Autonomo Regionale tenta infatti di sopravvivere con le poche risorse disponibili. Il problema principale è la chiusura del bilancio, prevista per il prossimo 31 ottobre, necessaria per scongiurare la perdita di 800mila euro dei fondi FOS. L’assestamento per il corrente anno prevede 1,8 mln di euro, per il 2020 8mln e per il 2021 sono 3,5 mln; la Città metropolitana di Catania verserà inoltre 350mila euro. Durante la manifestazione di sabato mattina in Piazza Stesicoro, l’assessore Messina – avendo ribadito le necessità di cui sopra – ha dichiarato che saranno rimesse le risorse del triennale non appena ci sarà l’assestamento del bilancio e il via libera da parte della Corte dei Conti. Una crisi, quella del Bellini, che nei giorni scorsi si è trasformata in un mero esercizio dialettico per le fazioni politiche tra loro opposte, che hanno rispolverato questioni antiche, ma pur sempre adatte per giocare a scarica barile. La deputata regionale Gianina Ciancio ha accusato il governo regionale di aver fatto stralciare la norma nel collegato che consentiva di intervenire, facendo decadere di fatto tutti gli emendamenti, nonostante in aula fosse stata data la disponibilità a Messina di votare per rispristinare i fondi. La deputata pentastellata Suriano ha invece promesso un’interrogazione a riguardo, avvalendosi di Gallo (presidente della Commissione Cultura alla Camera) e del deputato del M5S Nitti. In ogni caso la posizione dell’assessore Messina parrebbe la più lucida, una diagnosi certa e inevitabile: se la dotazione finanziaria serve solo a pagare gli stipendi, e in assenza di finanziamenti supplementari, difficilmente ci sarà la possibilità di un rilancio, ha spiegato. Una dichiarazione che – per chi è in grado d’intendere – si traduce in un invito, affinché, ammettendo un rilancio del Teatro, esso sarà gestito con grinta quasi imprenditoriale, con la speranza che coinvolga i più giovani (i fruitori di domani). La crisi del Teatro non è purtroppo un caso isolato, bensì s’inserisce in un contesto nazionale, aggravato dalla mancanza di sensibilità da parte delle Istituzioni. Si aspettano dunque ulteriori risposte da parte del governo regionale e già qualcuno attribuisce a Musumeci un silenzio assordante.

E nel frattempo gli animi delle maestranze e degli appassionati catanesi rivolgono un pensiero nostalgico al passato del Teatro Massimo, ricordando cantanti dalla fama epica: da Lina Pagliughi a Toti Dal Monte, da Mario del Monaco a Maria Callas (che qui nei primi anni ‘50 interpretò Norma, I Puritani, Traviata e Lucia di Lammermoor). Riccardo Muti – che di certo non ha bisogno di presentazioni – ricevette il primo invito della sua cinquantennale carriera proprio al Bellini di Catania nel 1968 e nella sua autobiografia ricorda con sincero affetto l’accoglienza dell’Orchestra e il profumo intensissimo che proveniva dai fiori di zagara (Muti, Prima la musica, poi le parole, pag. 49). Le proteste continuano a suon di Bellini e Verdi, tra via di San Giuliano e Piazza Stesicoro, e stanno raccogliendo adesioni non solo tra i cittadini, ma anche tra varie personalità dello spettacolo.

Nino Ingrassia

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