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Odilon Redon: ombre, luci… catarsi

“Chi ami di più, uomo enigmatico?

Tuo padre, tua madre, tua sorella o fratello?

– Io non ho né padre, né madre, né sorella o fratello.

-Eh! Chi ami, dunque, straordinario straniero?

Amo le nuvole, le nuvole che passano laggiù,

le meravigliose nuvole!”

Straniero al proprio mondo ed al proprio tempo, Odilon Redon, artista francese che dell’austero padre ricorda solo l’invito a guardare le nuvole ed interpretarne l’aspetto cangiante, fu uno dei massimi precursori del Simbolismo in ambito artistico.

Ci troviamo a cavallo fra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, anni senza dubbio ricchi di contraddizioni: se da una parte si acuiscono le tensioni sociali dovute all’ingresso sulla scena delle grandi masse di proletari che rivendicano un maggiore potere sul piano economico e sociale, dall’altra,una borghesia inconsapevole del destino cui andrà incontro, ricca ed intraprendente, per la quale il principale valore è quello economico; si trova a vivere un periodo segnato dal benessere e dalla prosperità, passato alla storia con il nome di “Belle Epoque”, sicura di poter godere dei benefici del progresso e fortemente fiduciosa nelle possibilità della scienza.

Proprio contro questa visione così fortemente filoscientifica si scagliano i simbolisti, i quali ritengono che ragione e scienza non possano fornire all’ uomo la vera conoscenza del reale, dal momento che l’essenza di questo sta al di là delle cose e che solo rinunciando all’abito razionale si possa cercare di attingere all’ignoto. Di contro al materialismo borghese, dunque, viene ad affermarsi il valore dell’interiorità. Conseguenza di questo fermarsi a guardare all’interno del proprio “Io” è la diversa concezione che si avrà dell’arte, che passa dall’essere oggettiva al divenire espressione della soggettività dell’artista e del suo modo di guardare alla vita ed al mondo che lo circonda.

Nel caso del “nostro” Redon,vedremo, la rappresentazione artistica finirà per divenire lo specchio dei suoi più intimi moti interiori e si configurerà come una sorta di strumento catartico, che gli permetterà la “risalita dagli inferi”. Non a caso, la prima fase della sua produzione viene definita “Opera al nero”, termine che a qualcuno forse ricorderà il titolo dello splendido libro di Marguerite Yourcenar e che nel linguaggio alchemico sta ad indicare la prima tappa del processo di purificazione della materia. Sono questi gli anni giovanili, quelli nei quali a far da protagonista è appunto questo colore oscuro, unito alla rappresentazione di mostri e spaventose larve astrali, proprio come quelle che nel corso delle visioni ipanagogiche vanno a configurarsi come la rappresentazione concreta delle nostre angosce e paure più profonde.

L’ “opus nigrum” avrà termine per Redon intorno al 1900, anno della morte di quel padre con il quale egli aveva da sempre coltivato un rapporto di amore-odio e della vendita della casa di Pery-Labade, laddove l’artista aveva trascorso l’ infanzia e che era luogo di tanti ricordi piacevoli, ma di altrettanti angosciosi. Questo “ritorno alla vita” si manifesterà nei suoi dipinti con l’ abbandono dei temi mostruosi e la fioritura del colore; parallelamente alla distruzione degli angosciosi fantasmi del suo passato, anch’esso subisce una deflagrazione: siamo adesso davanti ad una pittura non più descrittiva ma fortemente evocativa, che fa uso di colori a pastello, i quali, in opposizione a quelli scuri delle opere giovanili, evocano un senso di ritrovata quiete e di una luce intensa, che quasi smaterializza l’ambiente, riuscendo a far immergere l’osservatore sensibile in un’ atmosfera magica e surreale.

Ne “La nascita di Venere”, che trova un illustre antenato nell’omonimo dipinto di Botticelli,la rinascita spirituale dell’artista è rappresentata al massimo grado: la dea emerge da una conchiglia, considerata il simbolo per eccellenza del pellegrino (forse perché nel Medioevo i pellegrini che osavano il cammino di San Giacomo de Compostela si spingevano sino al mare, laddove si credeva finisse il mondo conosciuto). La vita che ha origine dal mare, l’incessante evoluzione da una forma all’altra, in una sorta di immersione panica nella Natura e nell’ Universo: è questa la via che Odilon ci suggerisce. Siamo davanti alla rappresentazione pura e semplice dell’uomo che riesce a fondersi con il Tutto e mediante questa fusione liberarsi dai propri vincoli umani ed elevarsi, senza più separazione fra il mondo fuori e l’Io interiore. Possiamo, infine, notare come tutto ciò che nei dipinti della fase al nero era statico, sospeso o fluttuante, adesso, come ci suggeriscono i fluidi movimenti delle linee nel dipinto della Venere, sfugge ad ogni assetto stabile, in un continuo sbocciare e irradiare. Le figure si fanno portatrici di un dinamismo che evoca un paradiso nascente, l’alba di un mondo che per Redon si è appena rivelato. La Grande Opera è compiuta.

Elisa La Rosa

Odilon Redon, La Naissance de Vènus, 1912, olio su tela, MoMA, New York

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