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Puccini: l’amore che rapisce

L’Opera italiana potrebbe essere rappresentata da due grandi cuori: Giuseppe Verdi (per la sua concezione del teatro in riferimento alla musica, la parola scenica) e Giacomo Puccini (per le sue orchestrazioni, a suo tempo, nuove). Ma c’è un’altra ragione per cui Puccini è tanto importante: la sua personale declinazione dell’amore. Puccini ha fornito la propria idea su questo tema, raggiungendo soluzioni estremamente originali. Un’originalità consistente nel fatto che la produzione del Cigno di Lucca sia stata quasi totalmente saturata da questo argomento, mentre ad esempio le opere verdiane a riguardo sono più eterogenee. Nel melodramma pucciniano, l’amore (in tutte le sue manifestazioni) è espresso non solo dalla parola, ma anche da un impianto orchestrale che rasenta il genere sinfonico: ciò permette all’ascoltatore di immergersi in un vortice di emozioni che giunge direttamente al cuore. E’ inoltre curioso notare che in Puccini almeno uno dei due personaggi principali, dopo aver amato, goduto, sofferto, alla fine della rappresentazione muore: è il caso di Manon Lescaut, in cui Manon muore in America fra le braccia dell’amato Des Grieux; di Tosca, in cui Mario Cavaradossi è fucilato e Tosca si suicida gettandosi da Castel Sant’Angelo. Sembrerebbe che, tra le opere pucciniane più famose, solo Turandot sia stata risparmiata da questa tendenza tragica; tuttavia anche qui il Maestro rivela la sua grandezza: in quest’opera Calaf sopravvive infatti alla furia omicida di Turandot, principessa di gelo, mentre la serva Liù (innamorata di Calaf) si dà al suicidio, perché rifiuta di rivelare l’identità del suo amato; in fondo a chi importerebbe la morte di una serva quando anche la crudele Turandot cede all’amore di Calaf? Ma è a questa riflessione che il genio Puccini vuole condurci: è più importante l’amore corrisposto (quello tra Calaf e Turandot) o l’amore di Liù che porta all’estremo sacrifico? Anche qui la personalità del Maestro si manifesta a noi ascoltatori: sarà forse stato un impenitente donnaiolo (come si è detto), ma al di là dei frequenti e – potremmo dire – fisiologici romanzamenti che molte eminenti biografie subiscono, dalla musica di Puccini traspare la profonda sensibilità di un uomo che ha amato ed è stato amato (complice certamente il suo fascino indimenticabile).

Le melodie di questo grande operista, seppur diverse dal carattere popolare di Verdi (per alcuni – e impropriamente – anche bandistico), hanno subito conquistato la fama mondiale grazie alla loro modernità: basti pensare a O mio babbino caro!, Un bel dì vedremo, Vissi d’arte, E lucevan le stelle, Nessun dorma. Tra l’altro, riguardo a questa modernità, il maestro Riccardo Chailly (attuale direttore musicale del Teatro alla Scala) ha sottolineato il carattere cinematografico delle opere pucciniane, che quindi permetterebbe di cogliere meglio alcune scene intense.

L’amore appartiene dunque a Puccini, come il teatro a Verdi e la melodia a Bellini: basta lasciarsi rapire dalla sua eleganza e permettere che la sua musica diventi la colonna sonora delle storie d’amore di ogni epoca.

Nino Ingrassia

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