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Catania Società e Attualità

“Per ogni donna stuprata e offesa siamo tutte parte lesa”

L’hanno stuprata e filmata. Dopo ventiquattro ore la vittima, una ragazza alla pari statunitense, li denuncia. Gli aguzzini sono tre giovani catanesi, attualmente in stato di fermo presso la casa circondariale di Piazza Lanza. Catania è indignata. Si mobilita per dire di no alla violenza contro le donne. Per solidarietà nei confronti della vittima. Organizza una manifestazione nel luogo del misfatto. “Io non ci sto, neanche con un fiore”. Presenti le istituzioni e molte associazioni politiche e non. Nessun corteo, nessuna fiaccolata, nessun minuto di silenzio in onore e in rispetto della ragazza. Tante e forse troppe belle parole. “Abbiamo bisogno di fatti, se no questi incontri sono solo delle passerelle” grida Vera Squatrito, la mamma di Giordana, vittima di femminicidio.
Sua figlia è stata uccisa due volte: prima dalla magistratura (Giordana aveva denunciato la violenza verbale), poi dal compagno (con quarantotto coltellate). Vera lotta ogni giorno con l’amica Giovanna Zizzo. Sono le “ergastolane del dolore”, dice Giovanna, che convive ogni giorno con lo strazio per la perdita della sua bambina di soli undici anni. Ammazzata dal padre. “Volevo punire mia moglie perché non ha saputo perdonare ciò che ho fatto al nostro matrimonio”, aveva dichiarato lui. Battagliere, lacerate da una perdita troppo grande. Missionarie nelle scuole, per educare i ragazzi ad avere rispetto nei confronti delle donne. A spese loro, perché “l’amore si dona, non si paga”, ribadisce Vera. Che ha paura per la sua nipotina, orfana di Giordana. “Chi mi aiuterà quando lui avrà la libertà vigilata?” Giovanna e Vera condividono un senso profondo d’abbandono da parte di chi avrebbe dovuto tutelare le loro figlie: lo Stato, che non c’è, che è inesistente. Una legge che premia i carnefici. E punisce le vittime. Una giustizia apparente, illusoria. Chiedono la certezza e l’inasprimento delle pene, perché per loro, “vittime invisibili”, i rassicuranti discorsi non bastano a colmare quel grande vuoto che le perseguiterà a vita. Bisogna continuare a combattere, per quei diritti conquistati anni fa. Correva l’anno 1996 quando fu emanata la prima legge contro la violenza sessuale, ricorda la Professoressa Anna Di Salvo, femminista. Si appella per eliminare questa normalizzazione, istruisce i suoi studenti ai buoni valori, condanna i giovani youtuber (colpevoli di incitare all’odio contro le donne) e i rapper che creano canzoni descrittive degli stupri. “Non siamo giustizialiste, non chiediamo pene inaudite” afferma “vogliamo leggi che non sminuiscano noi e i diritti ottenuti anni orsono” e conclude con uno slogan degli anni ottanta: “Per ogni donna stuprata e offesa, siamo tutte parte lesa”, in quanto donne, perché quella sera di marzo ci saremmo potute essere noi al suo posto, nostra sorella, una nostra amica, ma anche la prostituta mai figlia di nessuno.
“Ogni donna su cui si consuma un reato ci rappresenta”, urla Sonia.
In un’epoca in cui sono tanti gli utenti social che si scagliano contro gli assassini e pochi quelli che scendono in piazza a protestare. Scrivono stati su Facebook da centinaia di likes, condividono articoli di giornale e rimangono tra le mura di casa loro. Pochi presenti per un dolore troppo grande, che dovrebbe unirci, che dovrebbe farci riflettere. Animare gli animi. Scuotere la società. E soprattutto i giovani, che sono il futuro del nostro paese. Ed oggi io sono stata testimone di una battaglia che abbiamo perso. E continueremo ad essere sconfitte ogni qual volta un uomo sferrerà un pugno ad una donna. La maltratterà. La oltraggerà. Ogni qual volta sentiremo frasi del genere: “se l’è andata a cercare” o “indossava una minigonna succinta, è colpa sua se l’ha stuprata“. Perché, cari omuncoli, la violenza non è mai giustificata. Non è giusto che noi dobbiamo vivere con il timore che qualcuno possa farci del male. Con lo spray al peperoncino in borsetta, per proteggerci. Non è giusto che noi dobbiamo chiedere all’amico di turno di scortarci a casa perché qualche malintenzionato potrebbe picchiarci, violentarci. Non è giusto che dobbiamo diffidare dagli uomini, per paura. Non è giusto che esistano omuncoli capaci di cotanta ferocia come Roberto Mirabella, Agatino Valentino Spampinato e Salvatore Castrogiovanni. Non è giusto che dopo anni di lotte sociali dobbiamo piangere le nostre sorelle perché uccise dal marito-padrone o da un folle sconosciuto.
Siamo nate libere. Abbiamo diritto a più amore, meno barbarie e più rispetto .

Yvonne Malfa

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